Un partito moderno
Aver perso le elezioni è un fatto al quale non eravamo preparati. Ma è sempre più urgente reagire e organizzarsi. Non serve rimuginare, arrovellarsi sul senso e ruolo delle componenti e non è sufficiente rimandare il tutto al congresso, ma occorre organizzarsi. Seguire un ordine logico è già un passo importante. Chi siamo, dove stiamo, dove vogliamo andare, sono domande semplici ma sono anche i pilastri sul quale edificare un partito nuovo. Per far questo dobbiamo sfatare a mio avviso alcuni falsi miti che si sono creati durante la fase costituente. Il primo, il più grave, è l’associazione di ideologia a peccato mortale o quanto meno a cosa fuori dal tempo. Un partito per vivere e crescere ha bisogno di identificarsi e di far identificare in sé grande parte della popolazione ed ha quindi estremo bisogno di ricercare e sviluppare riferimenti ideologici. L’idea stessa di società verso la quale tendere è il motore e l’aggregante. Altro mito da depennare è la fluidità del partito. Per far parte di un partito, oltre a fare una scelta di campo interna, è indispensabile anche la cara vecchia tessera che consente implicitamente di dar vita ad una struttura organizzata chiara, che sa dotarsi di competenze ed è in grado di definire e gestire responsabilità. Non ultimo caliamo un velo su nuovismi e vecchismi, dotiamoci delle risorse umane migliori, sviluppiamole, investiamo su di esse.
Il nostro schema mentale ci suggerisce sempre modelli tradizionali, viene spontaneo rifarsi ai vecchi partiti dai quali in questa fase abbiamo eridato i difetti e dimenticato i pregi.
Vorrei provare a pensare ad un’azienda che, pur avendo subito una promettente fusione, ha perso una quota di mercato, ha registrato un significativo calo delle vendite, tanto da mettere a rischio la stessa prosecuzione d’attività. Cosa e come faremo… Adotteremo strumenti di analisi, ci porremmo degli obiettivi precisi, comquistandoci aspettative di rimonta e di vita molto più alte rispetto a quelle che ad oggi con interminabili e poco aderenti analisi del voto ci stiamo concedendo.
Se penso ad un’azienda qual è la prima cosa che mi viene in mente? Cosa vende, a chi, come è organizzata per farlo, quali sono i punti di forza e i punti critici, qual è il livello di partecipazione interna ed il grado di professionalità, come monitorizzo i risultati, come comunico all’esterno. In poche parole: individuazione del core business, organizzazione e marketing. Alla base di tutto c’è l’organizzazione.
Anche per capire chi si è, dotarsi di un’identità e cosa si vuole vendere a chi, occorre organizzarsi.
Il Pd nasce da una fusione, Ds – Dl – e vari. E’ pressoché naturale trovarsi di fronte ad una struttura non definita e pullulante di risorse umane che non hanno chiare le competenze, ruoli, obiettivi.
Abbiamo
buttato giù per sommi capi la definizione della nostra identità (codice etico e
manifesto), ma questa ancora deve penetrare, deve essere nota ed assimilata ai
vari livelli, approfondita, arricchita di contenuti. Molti agenti neanche
la conoscono, i clienti la ignorano. Utile potrebbe essere ad esempio
avviare fin da subito una campagna promozionale sui valori che ci consenta di
essere conosciuti per quello che siamo (o meglio che vorremmo essere), di essere
presenti nel mercato, creare la suggestione, darci il tempo di procedere con le
successive fasi.
Per fare questo ovviamente esistono dei professionisti della comunicazione, avvaliamoci di loro. Mi auguro di non ascoltare più frasi come “la gente non ha capito, la gente non sa”. Punto di merito va al gruppo consigliare capitolino del PD che sta costruendo una rete di confronto ed elaborazione con gli eletti nei municipi e attivando una serie di strumenti di comunicazione di nuova generazione.
Di pari passo dovrebbe partire la formazione. La immagino articolata su vari livelli. Il primo “di base” alla quale accedono tutti, dal parlamentare al militante che apre il circolo di quartiere e dovrebbe fornire quegli strumenti, quegli elementi di base che ci contraddistinguono, ci definiscono, ci consento di stare tra la gente, individualmente e come gruppo. Il secondo “specialistico”, da effettuare successivamente quando il disegno organizzativo è concluso ed ognuno sa chi è e cosa fa, dovrebbe infatti proporre moduli differenti a seconda dell’ambito in cui si opera. Ad esempio quali sono le cose che deve sapere e come le deve comunicare un coordinatore di circolo, un semplice militante, un eletto nelle istituzioni. Il terzo è invece su grandi temi. Può essere erogato ad esempio anche “via web” o su supporti digitali e riguardare la finanziaria, una riforma delle pensioni, le fonti energetiche pro e contro dal nucleare all’eolico, senza ovviamente dimenticare luoghi e momenti di dibattito più tradizionali, ecc…
Di pari passo può viaggiare la gestione delle risorse umane. Si definisce cosa serve al partito. Cosa risponde alle richieste/aspettative del mercato e poi, in ultimo, qual è la persona giusta da metterci.
Abbiamo bisogno di una struttura organizzata sia “per processi” che “per territorio”. Ossia, specialistica e radicata, che sappia colloquiare, interagire con le risorse che il mercato offre. Ad esempio le tanto criminalizzate associazioni rappresentano laboratori di idee, fucine di uomini e donne democratici, sintesi di esperienze diverse, ponti con la società e il “partito” meglio dovrebbe valorizzarle e certamente utilizzarle riconoscendone il valore aggiunto.
Alcune aziende, ad esempio, negli ultimi anni si sono dibattute passando da un modello organizzativo all’altro. Ma la resa dei conti nel rapporto costi e qualità del servizio c’è stata, quando “territoriale e specialistico” sono stati alternativi. La nostra ricchezza sta nel patrimonio umano che può consentirci di articolarci in maniera complessa fruendo dei vantaggi della coniugazione dei modelli. Non dobbiamo di certo risparmiare sulle risorse… Abbiamo un popolo delle primarie che ha chiesto di partecipare, una classe dirigente emergente che può svolgere compiti manageriali ed una passata che può dedicarsi ad altro dando il suo contributo, non più in ambito manageriale, ma come supporti, tutor, staff, ecc. Un partito radicato nel territorio può avere dentro ciascun circolo il referente per ogni processo che fa da anello di congiunzione tra prima linea (elettorato) e settori di ricerca e sviluppo sul tema. Innescando così un meccanismo virtuoso di partecipazione sostanziale alla vita ed all’organizzazione del partito, di dibattito, di confronto delle idee tra sensibilità culturali e locali differenti. Ovviamente il militante delegato dovrà e potrà partecipare agli incontri tematici e riprodurli nel proprio territorio facendo circolare con un doppio senso di marcia feed back e notizie. Allo stesso modo devono necessariamente essere incluse modalità e luoghi diversi dal canonico circolo per consentire l’elaborazione e l’arricchimento di piattaforme che saranno la base sia dell’idea di società che il Pd dovrà maturare nel prossimo periodo sia di quell’identità, di quel senso di appartenenza a un “luogo” ed a un progetto che oggi ancora manca.
La chiarezza dei ruoli ovviamente va ristabilita. Si tende a dare per scontata una saggezza auto regolatrice che molto spesso non c’è. Mi è capitato nella mia veste di eletta nelle istituzioni di vedere che per molti non era chiaro quali fossero le competenze, il ruolo, del partito. Ben poco ad esempio vien fatto per propagandare quanto di buono c’è nei municipi che governiamo oppure le difficoltà che incontriamo rispetto al governo cittadino e nazionale, per mettere in luce i diversi approcci tra noi e loro. La simbiosi va ridefinita e ristabilita. Mi è inoltre capitato di leggere sui giornali critiche, di percepire tensioni, rispetto a iniziative intraprese da costole democratiche. Vedi la stessa costituzione di nuove associazioni, la promozione di dibattiti, di corsi, che rappresentano una spiaggia di vita democratica, ma che, non essendo gestite centralmente, innescano i timori tipici della “diversità” rispetto ai propri modelli di riferimento, anziché la sana curiosità e l’articolazione di forme d’incontro e di scambio. Una cosa credo che a questo punto della nostra vita democratica sia chiara per tutti (o quasi): il modello centralistico non ha funzionato e non funzionerà mai. Non è corretto sotto nessun profilo, non è quello che uomini e donne del Pd vogliono.
In tutte le aziende la prima cosa da vedere o rivedere è la “testa”. Il rinnovamento della classe dirigente è ormai un appuntamento imprescindibile rispetto alla prosecuzione di qualsiasi analisi e tanto meno qualsiasi azione. Evitare giovanilismi forzati ma valorizzare risorse in grado di trainare il partito nel futuro. Qualcuno mi trovi un’azienda privata di grandi, medie o piccole dimensioni che non rivede la propria classe dirigente per decenni e soprattutto quando non sembra essere più in sintonia con il mercato?! Se noi, poi, fossimo gli azionisti (come lo siamo) di quest’azienda su chi investiremo? Su chi ha ottenuto i risultati migliori, che è riuscito ad andare in controtendenza, sui giovani o su chi, già vetusto, ha riprodotto i modelli storici nonostante gli innumerevoli segnali ricevuti? Credo molto nella saggezza che ci accomuna anche se resto perplessa quando nel mio gioco di abbinare nei dibattiti il mondo del lavoro, le organizzazioni aziendali alla vita del partito, vedo molti visi perplessi e spaventati (per non dire inorriditi) dall’associazione partito-azienda che evoca il berlusconismo. Di fatto vorrebbe essere solo un modo per dire, per dirci, prendiamo dalla società, di cui siamo parte, in cui viviamo la nostra quotidianità, strumenti e spunti che ci consentano di “partecipare al gioco”.
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 4 del Caffè Democratico
TO
Caffè
Democratico

Editoriale