Un
partito che nasce in mezzo alla crisi
La crisi del Governo Prodi provocata da ricatti incrociati, particolarismi, interessi di clan, carica sulla nascita del PD enormi responsabilità ed in qualche modo ne ridefinisce il ruolo e la funzione.
Il processo con il quale si deve garantire al nuovo partito un’organizzazione efficiente ed efficace, capace di cogliere ed articolare la pluralità di forme di partecipazione e di sensibilità che il momento richiede, deve subire un’evidente accelerazione.
Un
partito moderno deve innanzitutto riflettere sulle modalità con le quali si è
dato vita ad un’esperienza straordinaria quali le primarie il cui successo va
analizzato in maniera più analitica di quanto avvenuto fino ad oggi e
considerarlo un patrimonio della nuova cultura politica che il partito
democratico vuole imporre (ed il nostro giornale tenta di farlo nelle pagine
successive).
I costi
delle primarie (e in alcuni casi anche i risultati), infatti fanno pensare ad un
loro uso sensato, misurato, legato alle grandi scelte ma non condizionante
rispetto a tutta la vita del partito. Pena la paralisi e tanto per dirne una,
per come sono state fatte la prima volta, l’esclusione dei giovani che godono
ovviamente di un minore bacino elettorale e di una minore o nulla forza
contrattuale rispetto al gotha tradizionale politico o ai grandi nomi della
società.
Il fascino della fase costituente è però quello di vivere in diretta il
plasmarsi di un soggetto nuovo davvero. Incoerenze e cambi di rotta sono segnali
rassicuranti che nulla è predeterminato ma che la sperimentazione, la voce di
forze nuove, antiche saggezze, modelli conosciuti di funzionamento e la
ragionevolezza fanno da padroni in questo cantiere tutto “work in progress”.
Nel frattempo le commissioni lavorano. Statuto, etica e manifesto. Così come le
strutture regionali e provinciali.
Tutti vorrebbero dire la loro. Tutti temono novità ingestibili ed insane come
anche il ritorno ai vecchi schemi.
I nuovi iniziano a fare i conti con storiche difficoltà come ad esempio il
problema dei finanziamenti.
Desiderare una sede moderna ad ogni angolo è moto comune di tutti gli animi
democratici ma i costi che ne derivano rappresentano un elemento non poco
condizionante.
Chi è abituato da anni a fare la “critica” a giocare un ruolo di antipartito ed
oggi si trova dall’altra parte della barricata ha cambiato il colorito.
Chi invece aveva dimenticato gli entusiasmi giovanili si scopre ad emozionarsi
nelle assemblee costituenti.
Nel frattempo il simbolo del PD raccoglie intorno a sé le anime e le aspettative
democratiche.
Langue l’attività di base ad eccezione di uomini e donne di buona volontà che si
auto-organizzano.
Manca ancora la legittimazione delle strutture e l’integrazione delle forze.
I “vecchi” non hanno più titolo e alcuni voglia, i “nuovi” sono paralizzati e
raramente trovano la forza di varcare spontaneamente la soglia dell’ex sezione
DS o del circolo DL per integrarsi ed attivarsi, anche perché molte sono le
serrande abbassate. Arrivano le prime proposte dalle neonate strutture di
coordinamento regionali e provinciali.
L’adesione potrà essere effettuata esclusivamente presso la sede territoriale di
riferimento, in un partito che nella fase transitoria appare strutturarsi in
maniera totalmente territoriale.
Fatto positivo: l’attivismo di prima linea, articolato e riconosciuto sulla base
della residenza, conduce ad una mescolanza obbligata e salutare di forze,
culture e sensibilità.
Altro fatto positivo: si evitano spostamenti di blocchi di adesioni verso una
piuttosto che un’altra sede gestita da quelli che in gergo si chiamano i capi
bastione.
Si fa già sentire a Roma la mancanza di un livello municipale di sintesi e
coordinamento di energie e di risorse, in un’area che si confronta nel
quotidiano con il primo livello istituzionale di riferimento e che nel passato,
come probabilmente sarà necessario anche nel futuro, dovrebbe riequilibrare
l’attività e l’offerta politica a vantaggio delle aree meno coperte.
L’altro lato della medaglia, quello negativo, è anche il solo ipotizzare – se
pur tollerabile nella fase transitoria in assenza di statuto - che l’attività
politica di base, per molti, si identifichi esclusivamente con l’offerta della
sede territorialmente competente per residenza impoverendo il pluralismo di
iniziative che hanno colorito l’Ulivo in questi anni e che hanno condotto al PD.
Penso ovviamente a chi il partito lo vuole fare nei luoghi
di lavoro, nei territori che hanno visto sviluppare la storia personale di vita,
a quelli che prediligono cimentarsi su aree tematiche o prevalentemente nei
laboratori offerti dall’associazionismo democratico che è diventato una realtà
importante ed irrinunciabile.
Ovviamente una soluzione si troverà. La macchina va costruita e rodata. Le
esigenze sono molte, legittime ed a volte contraddittorie. Quello che conta
davvero, però, è che si garantisca l’apertura al confronto, la volontà di
accogliere piuttosto che quella di difendere, la determinazione nel non ricadere
negli errori del passato e che prevalga il coraggio dell’innovazione.
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 3 del Caffè Democratico
Altri articoli
correlati:
Il PD ha il
suo simbolo
di
Daniela Gentili
TO
Caffè
Democratico

