Ma Tremonti somiglia più allo sceriffo di Nottingam
Il nuovo governo ha posto al centro della sua azione politica le riforme fiscali varando, attraverso un decreto legge insieme al documento di programmazione economica e finanziaria che prevede il risanamento dei conti pubblici ed un maggior sviluppo per le imprese. L’occhio del fisco si sposta, con un aumento del prelievo, sulle banche, le assicurazioni e le imprese petrolifere quest’ultime colpite dalla Robin Hood tax: una maggiore aliquota dell’ires pari al 33% degli utili conseguiti da queste imprese. Una parte consistente del risanamento deriverà dalla ristrutturazione della pubblica amministrazione sia attraverso il progetto Brunetta sia attraverso consistenti tagli e notevoli risparmi della spesa pubblica conseguibili migliorando l’efficienza e l’efficacia del funzionamento delle strutture pubbliche. Eppure quella che sembrerebbe una manovra con un forte impatto sociale lascia alquanto perplessi.
Si consideri ad esempio la Robin Hood tax che in realtà è il ripristino dell’aliquota ires maggiorta al 33%. Il sole 24ore del 20/06/2008 a pagina 9 scrive che la norma conterrebbe una sorta di scudo antirincari. Il problema vero è che l’aumento del prezzo del petrolio non è causato solo dalla crisi energetica, che dipende dalla aumento della domanda di energia da parte dei nuovi paesi globalizzati: India e Cina in primis, ma anche dalle speculazioni in borsa le quali causano le forti oscillazioni che in Italia, più che altrove, sono sentite dai cittadini. Al fine di fare cassa, più che colpire gli utili aziendali, soggetti alla competizione internazionale, forse sarebbe stato opportuno colpire le rendite derivanti da questo tipo di speculazione. Per quanta riguarda la maggiore imposizione a banche ed assicurazioni sussistono perplessità in merito ai seguenti punti: primo se sia legittimo costituzionalmente tassare più una categoria rispetto alle altre. Secondo, poiché le banche operano con portafogli finanziari internazionali sono soggette alla competizione internazionale dei rendimenti di mercato esteri. Un aumento delle imposte può portare nel lungo periodo ad una diminuzione della competitività delle nostre imprese bancarie a meno che non si pensi che il mercato bancario italiano sia un mercato chiuso. Il taglio delle spese degli enti locali inoltre, se da un lato è positivo perché permette un risparmio di spesa, dall’altro è negativo perché riduce i servizi ai cittadini. Anche se i servizi sono di bassa qualità, devono comunque esserci alcuni servizi chiave e bisogna aumentarne la qualità. Il progetto di riforma della pubblica amministrazione più che prevedere i tagli dei piccoli enti, dovrebbe prevedere l’accorpamento degli enti che producono servizi per altri enti ossia costi che gravano sui contribuenti, ma di cui i contribuenti non traggono alcun beneficio. In tema di welfare, si sostiene l’introduzione di una card prepagata per sconti alimentari e bollette per gli anziani più poveri. Provvedimento che è giusto nella forma, ma non nella sostanza. Bisogna avere il coraggio di far pagare le tasse in funzione della produttività: agli anziani vanno posti meno vincoli fiscali fino all’esenzione complessiva.
E’ in tema di lavoro, con le modifiche apportate alla legge Biagi che il governo intende rilanciare l’economia. Dal sole24ore del 20/06/2008 n. 169 pag. 6 si apprende che l’intenzione è quella di ripristinare il lavoro così chiamato job on call: ovvero il precariato di massa con il lavoratore chiamato se e solo quando serve. Il lavoratore dunque è a totale disposizione dell’azienda. L’utilizzo più ampio del contratto di apprendistato non fa che aggravare il problema della precarietà giovanile del lavoro. Quando sarà infatti possibile acquistare una casa, una macchina e fare un progetto di vita se non si hanno certezze economiche ed una prospettiva di sviluppo sociale? Job on call, apprendistato, lavori a termine, anche se semplificano la vita aziendale, non danno certezze lavorative e dunque nel lungo periodo possono perdere la loro efficacia. E’ vero che nel decreto si cerca di dare un maggiore spazio alla formazione professionale in azienda, ma quanto questo incentivo sarà raccolto dalle imprese, è difficile prevedere. Resta il sempre più grave problema dei lavoratori disoccupati over 35 anni quelli che, avendo terminato il ciclo produttivo aziendale, sono espulsi dall’azienda per essere sostituiti da nuove generazioni di lavoratori a buon mercato ed a basso prezzo. Come insegna la Toyota, la competizione internazionale si vince sulla qualità del lavoro, non sul prezzo più basso. Un lavoratore a basso costo può sempre essere sostituito da un altro ad un prezzo ancora più basso o eguale. Dove sia il valore aggiunto del lavoro in questo processo, è difficile prevedere. Sono le skills: le capacità individuali di ogni lavoratore a fare la differenza, sono le capacità che fanno il capitale umano di un’azienda.
Un segnale non certo positivo viene poi dalla proposta di abrogazione del divieto del cumulo di pensione: per cui è consentito avere redditi da lavoro e da pensione contemporaneamente. E questo non semplifica certamente l’ingresso del mondo del lavoro dei giovani, anzi né ritarda l’assunzione di responsabilità. In base a queste considerazioni, si intuisce a che serve la card per gli anziani: inizia a prendere forma un Italia sempre più divisa in due: i più poveri ed i più ricchi rispetto a quello che una volta era il ceto medio.
In tutte queste novità, resta da capire come si riavvierà il motore dello sviluppo industriale in un paese che continua rimanere fermo ormai da troppo tempo.
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 4 del Caffè Democratico
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