Referendum: buona l'idea,
sbagliati i mezzi
È auspicabile che la legge elettorale venga decisa per referendum? Nulla da ridire in linea di principio, e anche molti avversari del referendum riconosceranno ai promotori il merito di agire da pungolo nei confronti del parlamento, mai più apatico di quando deve decidere di se stesso; ma se si entra nel merito, più di un dubbio è legittimo sui suoi effetti.
Le intenzioni di Guzzetta e di coloro che lo appoggiano sono senz’altro condivisibili: si tratta della semplificazione del sistema politico mediante una legge elettorale che spinga in senso maggioritario. Il principale scopo del referendum è l’abolizione del concetto di coalizione, in seguito alla quale il premio di maggioranza andrebbe direttamente al partito che ha preso più voti. Un primo dubbio, avanzato da molti, è che la spinta in senso maggioritario non avrebbe luogo, e il referendum verrebbe aggirato con un semplice stratagemma: i partiti alleati si presenterebbero con una lista unica per poi dividersi in vari gruppi in parlamento dopo aver conseguito il premio di maggioranza; in tal modo l’unico effetto del referendum sarebbe quello di rendere la scelta dei parlamentari ancora meno controllabile da parte dei cittadini di quanto già non sia.
Ma anche ammesso che i partiti si presentino individualmente alle elezioni e che il referendum realizzi i suoi presupposti maggioritari, io dubito che una legge elettorale di questo genere sia adatta ad un sistema politico come quello italiano, che anche al termine di un da noi desideratissimo processo di semplificazione rimarrebbe comunque un sistema multipartitico, con 5-6 formazioni abbastanza grandi. La legge immaginata da Guzzetta andrebbe bene in un sistema bipartitico o quasi (poniamo in Spagna), ma produrrebbe delle distorsioni in Italia dove il partito di maggioranza relativa è pur sempre un partito che non rappresenta la maggioranza del paese. In particolare la sinistra sarebbe penalizzata dalla perdurante divisione fra riformisti e radicali, divisione che non va a scomparire, e che si accentuerà nei prossimi anni. Dopo la creazione del partito democratico non ci sono più sostanziali possibilità di aggregazione a sinistra: anche inglobando altre piccole formazioni il Pd supererà di poco il 30 per cento, a causa della forza della sinistra radicale; è difficile dire quanto prenderebbe a destra il partito unico auspicato da Berlusconi, ma sicuramente più del Pd (la somma dei voti di Forza Italia e An finora è sempre stata superiore alla somma di Ds e Margherita, anche nei momenti favorevoli al centro-sinistra). La situazione può ovviamente cambiare, ma non rapidamente; in un contesto simile in Germania il partito socialdemocratico aveva preso solo in un’occasione più voti della Cdu/Csu in 50 anni di elezioni prima dell’era Schröder (nel 1972), ed era andato al governo, quando c’era andato, grazie ai suoi alleati e non con i soli suoi voti. Ho citato l’esempio tedesco per le sue somiglianze con la situazione italiana: anche lì una legge proporzionale (sarebbe più difficile un paragone con la Francia dove si vota in collegi uninominali a doppio turno) e una sinistra esterna al partito riformista (in questo caso i verdi) abbastanza forte da impedire ai riformisti di vincere da soli. In conclusione: se la sinistra vuole andare al governo in Italia l’unica possibilità è un alleanza fra riformisti e radicali. Se il Pd è costretto a correre da solo perderà quasi sempre, a causa della maggiore compattezza della destra.
Scartata a malincuore la possibilità del referendum la mia modesta soluzione per la legge elettorale è questa: l’ideale sarebbe un maggioritario a doppio turno, ma i piccoli partiti senza i quali il governo non sta in piedi non accetterebbero di votarla; la strada da seguire potrebbe essere quella di un ritorno (provvisorio!) al mattarellum, che tutti hanno sperimentato e quindi non dovrebbe spaventare nessuno. Per abolire quella restante quota proporzionale bisognerà aspettare governi più forti in parlamento.
TO
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