Quando cibo e benzina diventano
la stessa cosa
I biocombustibili, il cui mercato ed utilizzo si è sviluppato solo negli ultimi anni, sono combustibili liquidi ottenuti quasi esclusivamente da materiale di origine vegetale, perciò da coltivazioni e prodotti della terra. Nella loro forma attuale, cioè il biodiesel ottenuto da olio vegetale di girasole, soia, palma, colza, ed il bioetanolo ottenuto da specie zuccherine e da cereali, sono assolutamente assimilabili ai combustibili tradizionali ed utilizzati in particolare per il trasporto su ruota, pertanto automobili e camion. Il paese leader nel settore è il Brasile, nel quale l’utilizzo del bioetanolo ha permesso di sostituire il 30% della benzina per autotrazione.
I biocombustibili sono potenzialmente a zero emissioni di
CO2 ed attraverso il loro utilizzo è drasticamente ridotta l’emissione di
polveri sottili e di gas acidi.
Per questi motivi essi erano inizialmente appoggiati sia dai movimenti ecologisti che dalla Commissione Europea. Ma da poco più di un anno i biocombustibili sono diventati protagonisti di un paradossale conflitto, indice ed esempio di quanto sia complicato il nostro mondo e di come il libero mercato, da alcuni considerato come viatico per un mondo perfetto, rischia di creare storture impensabili se lasciato a se stesso.
Con l’aumento del prezzo del petrolio e l’adozione in tutti i paesi occidentali di politiche in favore dei biocombustibili, questi ultimi, che prima rappresentavano un settore di nicchia, hanno conquistato ampie quote di mercato nel campo dei combustibili per autotrazione e non solo.
Ma, come detto, i biocombustibili derivano da prodotti della terra che sono utilizzati anche a scopi alimentari, in particolare il mais per il bioetanolo. In un regime di libero mercato –drammatizzando- non esiste distinzione fra una bocca da sfamare ed un’ industria che produce od utilizza un combustibile vegetale. E come si sa a maggiore domanda risponde sempre un maggior prezzo.
Così, senza una regolamentazione legislativa, e con il pianeta terra che sempre più assume l’aspetto di un supermercato, prodotti come il mais, i cereali, e gli oli vegetali hanno visto incrementare la loro richiesta e salire vertiginosamente il loro prezzo. L’aumento del loro costo ha messo in grave difficoltà le popolazioni di molti paesi ed in particolare, come sempre avviene in questa “democratica globalizzazione”, le fasce più povere.
Un altro aspetto da analizzare è legato alla feroce ricerca di nuovi terreni coltivabili. A mio parere questo fenomeno non è obbligatoriamente negativo: le coltivazioni energetiche eliminano le emissioni di CO2, in quanto vengono utilizzate al posto di combustibili fossili, ed ogni anno si rigenerano. Il pericolo vero risiede in chi governa questo processo che, troppo spesso, causa disboscamenti veloci, come sta accadendo in Indonesia, finalizzati a creare nuovi spazi coltivabili senza rispettare il giusto equilibrio con la terra.
Il quadro descritto porta a chiederci in che mondo viviamo. In un mondo in cui i combustibili fossili ci avvelenano ed i combustibili di origine vegetale causano questi scompensi, quale può essere la soluzione? La soluzione è usare la testa!
Le biomasse sono parte del nostro futuro, sono pulite, poco inquinanti, a zero emissione di CO2. Inoltre sono un combustibile democratico che permette una maggiore distribuzione della ricchezza, e può generare un positivo “ritorno alla terra” delle popolazioni.
Il problema è di lasciare una questione così grande, come l’energia e l’ambiente, nelle mani del libero mercato assoluto, cioè nelle mani di quegli operatori che leggono qualsiasi fenomeno, compreso l’avvelenamento del pianeta, solo in termini di numeri, redditi e costi.
In argomenti delicati come l’equilibrio della madre terra occorre una guida dall’alto e salde leggi in difesa dell’ambiente. Per esempio imporre dei limiti nella vendita a scopo energetico di alcuni prodotti alimentari potrebbe risolvere la situazione. Inoltre i paesi occidentali dovrebbero incentivare la produzione di biocombustibili da filiera corta, cosa che sta avvenendo in Italia, anche per far beneficiare le proprie popolazioni degli effetti positivi di questo nuovo mercato. Con pochi correttivi si possono ottenere grandi risultati e sicuramente meno danni. Basta volerlo.
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 3 del Caffè Democratico
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