La Robin Hood tax
Il problema economico che più riguarda i cittadini è il caro petrolio. Se le stime di un barile a 200 $ si avverassero si verificherebbe il raddoppio dei costi delle materie prime con gravi conseguenze sui bilanci familiari e sull’economia delle imprese. La Robin Hood tax: potrebbe non essere il giusto strumento per risolvere il problema che, come al solito, è principalmente italiano. Infatti, come si legge nel numero 169 de il Sole24ore del 20/06/2008, pagina 9, la tassa sui petrolieri in realtà consisterebbe in un aliquota ires aggiuntiva del 5,5% che farebbe lievitare l’aliquota ires dall’attuale 27,5% al 33% per i petrolieri e forse anche per chi produce o vende elettricità. Oltre che dai rischi derivanti da un riversamento dei costi sui cittadini consumatori, cui si sta provvedendo istituendo una sorta di scudo antirincari, il governo si dovrà guardare anche dal rischio derivante da una maggiore tassazione esclusivamente in Italia e solo per una certa tipologia di imprese che finirebbe, nel lungo periodo, col portare ad una diminuzione della competitività internazionale di quelle imprese rispetto alle concorrenti estere.
L’aumento del prezzo del petrolio non deriva infatti solo da problemi di produzione, sempre più costosa, ma dalle contrattazioni in borsa che consentono forti speculazioni al rialzo. Tassare questo tipo di rendita in modo maggiore, porterebbe l’impresa petrolifera a lasciare il mercato finanziario italiano per uno estero dove l’imposta non esista. Ed in Gran Bretagna è difficile che venga varata un’imposta di questo tipo visto il ruolo che ha il petrolio del mare del nord. Non a caso, Ronald Regan l’abolì. Sarebbe invece molto più utile attuare delle politiche contro l’inflazione, il nemico peggiore dei poveri e dell’economia.
Forse, è venuto il momento di controllare il potere reale di acquisto dell’euro e togliere alcune accise sulla benzina. Anche in questo caso però, sottraendo le risorse per la minor ici, i straordinari, le missioni all’estero ed il federalismo fiscale è difficile dire dove saranno trovati i fondi necessari per attuare queste politiche. Il vero rischio per la produttività italiana è quello della stagflazione: di avere cioè un’economia con un’alta inflazione ed una crescita in termini di pil bassa. Se questo si dovesse verificare il prezzo di questa situazione lo pagherebbero le famiglie. A questo proposito, quindi, più che una nuova imposta servirebbe una nuova politica energetica che diminuisca sia i costi di distribuzione, attuando una migliore efficienza, sia i costi di produzione, aumentando il livello tecnologico degli impianti e la concorrenza fra le imprese. Questi sono interventi strutturali che possono modificare il sistema. E’ proprio questa la sfida che ha di fronte l’esecutivo attuale: rilanciare l’economia attuando politiche di contenimento della spesa pubblica.
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 4 del Caffè Democratico
TO
Caffè
Democratico
Editoriale