Intervista
a Walter Tocci
Se fosse veramente un Partito Democratico
Dall’opposizione a Alemanno e Berlusconi a un nuovo progetto
per Roma e l’Italia.
Ma
per fare questo il partito Democratico non deve nascondere la testa sotto la
sabbia….
E' stato vicesindaco e assessore alla mobilità di Roma per sette anni, Walter Tocci si è formato nella leva dei nuovi amministratori affermatisi con l’elezione diretta del sindaco nel 1993. Francesco Rutelli lo ha voluto al suo fianco anche per il secondo mandato, nel 1997. Membro della Direzione nazionale dei Democratici di Sinistra non ha mai lesinato critiche ai suoi colleghi, prospettando, ben prima delle elezioni politiche i rischi dell’autoreferenzialità del gruppo dirigente e di una gestione asfittica del Partito.
Walter Tocci qualche tempo fa hai scritto un intervento dal titolo emblematico: “Se fosse veramente un partito democratico”! A distanza di più di un anno cosa ne pensi?
Avevamo
un grande progetto per le mani, il PD era l’invenzione più grande della politica
italiana degli ultimi tempi. Ma siamo arrivati a questo appuntamento con un
gruppo dirigente molto stanco e logorato, sempre lo stesso da 15 anni.
In questo momento nella nostra gente c’è una forza costruttiva, positiva: vedo i circoli pieni di gente nuova, che fa attività politica magari per la prima volta, e anche di militanti di una volta, che hanno davvero tante speranze in questa operazione. Spero che queste energie dal basso riescano a dare quello scossone di cui c’è bisogno per rilanciare il progetto, proprio mentre si fa opposizione al Governo Berlusconi, un avversario ben piantato per terra.
Stai quindi parlando di un progetto nuovo su gambe vecchie! Non vedi segnali di stanchezza fortissimi, soprattutto nei compagni che vengono dal PCI-PDS-DS?
Il PD è nato nella campagna elettorale e, pur nella sconfitta, in quel passaggio si è dimostrato che esiste come forza elettorale e non era scontato unire due elettorati diversi, provenienti da storie diverse, come DS e Margherita. Prima ancora di un elettorato popolare, democristiano e della sinistra, esiste un popolo democratico: quello delle piazze piene di Veltroni, esiste un popolo di militanti.
Ma il modo in cui si sono prese certe decisioni, le liste soprattutto, dimostra che c’è il vecchio ceto politico che ancora pretende di dirigere la partita. Spero che Veltroni capisca che c’è un’energia nella nostra gente che aspetta una grossa novità, e quindi credo che lo stesso Veltroni debba utilizzare queste forze per superare la zavorra rivolta al passato.
Il fatto che ci siano sempre gli stessi dirigenti non dà un po’ il senso della casta? Anche l’aver candidato Rutelli, non può essere stato percepito come il passaggio del testimone da un feudatario all’altro?
Sì, sì. Questo PD è su un crinale perché da un lato inventa le primarie, la novità più importante della Repubblica italiana degli ultimi tempi, dall’altro ha queste zavorre, questi richiami al passato. Ora ci sono due spiegazioni: c’è chi dice che il gruppo dirigente si è conservato proprio per consentire la nascita di un nuovo partito, ma ci sono anche maliziosi che dicono il contrario, cioè che si fanno sempre nuovi partiti per conservare il vecchio gruppo dirigente. Credo che questo sia un problema antico che oggi esplode. Non è possibile girargli intorno: o vince la novità del PD o sarà l’esaurimento del progetto stesso. Credo che ormai non abbiamo più molti margini, siamo a una stretta e i prossimi mesi saranno molto vivaci, potrà succedere di tutto. Credo che siamo ancora dentro una sconfitta, stiamo ancora rotolando dopo la caduta, non abbiamo ancora trovato un sasso, un tronco, una valletta dove fermarci, apparentemente sembra tutto tranquillo ma in realtà la vita del PD in questo momento è ancora in un punto di non equilibrio, perché queste forze sono alla resa dei conti.
Secondo te
l’opposizione che sta conducendo Veltroni, che si è meritata anche le critiche
dell’Economist, denotano il bisogno di trovare la cifra giusta?
Sono d’accordo sull’idea di ripartire da un governo ombra, però c’è un problema di fondo ed è che non viviamo un tempo normale, viviamo un momento di grande trasformazione: sono ormai 20 anni che siamo dentro una globalizzazione che fino a 10 anni fa ha avuto una egemonia liberale, una visione ottimistica della globalizzazione che è cambiata radicalmente. Oggi a livello mondiale, e anche in Europa, c’è una tendenza diversa, un ritorno alla politica che governa i processi economici, un ritorno degli Stati, delle grandi potenze. Una globalizzazione che crea ricchezza, ma anche inasprimento delle fratture sociali esistenti, per cui chi è ricco diventa più ricco e chi è povero diventa più povero. Ora la destra italiana, capito questo, reagisce alla fine dell’egemonia liberale con un discorso di primato della politica sull’economia, di populismo e quindi da una risposta, magari demagogica, ma è una risposta a questo profondo malessere sociale. Questa soluzione non ci piace, ma dobbiamo trovare un nostro modo di uscita dalla fine della egemonia liberale sulla globalizzazione. Allora il governo ombra ha bisogno di un congresso che non sia semplicemente programmatico ma sia una ricollocazione strategica di cultura politica, di visione dell’Italia e del mondo.
Caffè Democratico è un giornale su Roma e a Roma la sconfitta brucia ancora di più di quella nazionale. L’opposizione alla giunta Alemanno, la ricostituzione di un gruppo dirigente e di un progetto sulla città, da cosa deve partire?
Intanto deve partire subito, perché Alemanno è impreparato a governare, lo si vede. Sta continuando a fare il capo dell’opposizione, opposizione a se stesso, perché un giorno dice una cosa e il giorno dopo dice il contrario. Noi abbiamo la possibilità e il dovere di riprendere subito un’opposizione, però bisogna dire la verità: i meriti di questi 15 anni di governo li abbiamo detti in campagna elettorale, sono chiari a tutti, anche alla nostra gente, persino a chi non ci ha votato. Ma dobbiamo dirci anche le cose che non hanno funzionato, che c’erano e si sono viste all’improvviso, perché negli anni passati non c’è stata la possibilità di una discussione autocritica, questo è stato il difetto più grave. Quando vincevamo al 60%, in quel momento bisognava anche domandarsi se stavamo facendo tutto bene o se non c’era bisogno di correggere qualcosa. Purtroppo in quel momento una critica o un accenno di riflessione venivano interpretate come una lesa maestà e quindi non lo abbiamo fatto. Dobbiamo farlo ora, dopo la sconfitta, ma è sicuramente meno piacevole.
Quali sono i punti di maggiore criticità, dove tu rilevi una incapacità di governo per Roma?
I punti
fondamentali sono tre.
Primo: la macchina comunale, l’apparato amministrativo, il rapporto con il
cittadino, non siamo riusciti a modificarlo. Abbiamo fatto tante iniziative
singole, ma non siamo riusciti a fare una riforma organica, e laddove
interveniva il sindaco, l’assessore, il consigliere, i problemi si risolvevano,
ma quando tutto era affidato all’andamento ordinario, i problemi non si
risolvevano e questo i cittadini, dopo 15 anni, non te lo perdonano.
Secondo: lo sviluppo territoriale di Roma ha creato un’espansione eccessiva
nell’interland, con nuovi quartieri sempre più distanti dal centro, che hanno
appesantito il traffico, il pendolarismo dalla periferia più estrema verso il
centro, con ingorghi sulle consolari. Non si è visto per tempo che, mentre
cercavamo di risolvere i problemi del traffico in area centrale, stavamo creando
nuovi ingorghi, come conseguenza di una politica urbanistica molto espansiva.
Terzo: il tema della sicurezza. Dovevamo porre un problema più generale di
legalità, valido per tutti, non solo per chi ha la pelle di un colore diverso
dal nostro. Se avessimo impostato il discorso sulla legalità avremmo potuto
dimostrare che la destra romana ha sempre accarezzato fenomeni di illegalità, e
soprattutto in questa città. Pensiamo, per esempio, all’abusivismo. La sinistra
aveva tutte le carte in regola per presentarsi come una forza che si è battuta
in questi anni per il rispetto della legalità, sia per l’immigrato, che deve
essere accolto ma deve rispettare le leggi, e sia per l’italiano. La differenza
fra noi e loro sta in questo, noi siamo per la legalità e loro sono per “dagli
addosso all’immigrato”.
Fra l’altro questo è un modo molto demagogico di affrontare i problemi, tanto è
vero che Alemanno, che aveva detto che avrebbe fatto chissà che, dopo poche
settimane non sa che pesci prendere su questo argomento.
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 4 del Caffè Democratico
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