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Intervista a
Michail Gorbaciov

Give peace a chance

Sono passati 20 anni dalla firma dello storico trattato sugli euromissili tra Usa e Urss.
Di fronte alla minaccia terroristica bisogna lavorare per il disarmo nucleare.
Un'altra priorità? L'acqua….
 

 di Pino Nazio

 

MIKAIL GORBACIOV“Give peace a chance" cantava John Lennon negli anni '60, in piena Guerra fredda, e quarant'anni dopo il mondo ha ancora bisogno di chance, di possibilità. Allora c'erano due superpotenze che si spartivano il mondo e avevano istaurato un sistema che si reggeva sulla paura reciproca. L'"equilibrio del terrore" era definito, basato su migliaia di testate nucleari in grado di distruggere la Terra una volta, poi un'altra, e un'altra ancora…. Alla metà degli anni '80, nel pieno della corsa agli armamenti, arriva sul gradino più alto dell'Unione Sovietica un signore di 54 anni, il più giovane leader del Pcus (il partito Comunista dell'Urss) dai tempi di Lenin. Michail Gorbaciov è un riformatore, uno che inventa per la politica del suo paese parole come glasnost, trasparenza, e perestrojka, ristrutturazione. In quel tempo presidente degli Stati Uniti è un ex-attore conservatore, Ronald Reagan. Il riformatore Gorbaciov e l'ultradestro Reagan, l'8 dicembre 1987, sottoscrivono a Washington il trattato per l'eliminazione degli euromissili. E' una data storica.

Mikail Gorbaciov, il mondo era più sicuro allora o adesso?

Venti anni fa incombeva veramente una minaccia, eravamo sulla soglia del baratro. Poi è iniziato il dialogo e abbiamo effettuato una imponente riduzione di armamenti. Ma quello che mi preoccupa oggi è che quella riduzione di armi non ha impedito di sconfiggere per sempre la minaccia nucleare. In una fase degli accordi, sia l'amministrazione americana che le autorità sovietiche hanno escluso le armi nucleari dalla cosiddetta "dottrina del primo colpo", ovvero la possibilità che questo tipo di armamento possa essere adottato all'inizio di un conflitto. Approvando questa regola le armi nucleari hanno perso di molto la loro importanza.

Poi c'è stata l'esplosione del terrorismo, l'11 settembre: come sono cambiate le cose?

Gli attacchi terroristici sono veramente una grande minaccia, hanno raggiunto una dimensione globale, che ha fatto riprendere agli americani la "dottrina del primo colpo". Una dottrina che prevede perfino l'uso dell'arma nucleare in quella che si chiama la guerra preventiva. La Russia di Putin ha seguito gli Stati Uniti e sta cambiando le sue regole nella stessa direzione. I meccanismi che funzionavano fino a poco fa oggi non funzionano più. Nel 2008 le armi nucleari sono ancora tante da distruggere più di una volta tutto quello che c'è di vivo sulla Terra. E sono sempre di più i paesi sulla soglia della disponibilità delle armi nucleari. C'è il rischio che le armi nucleari possano finire in mano ai terroristi. A quel punto sì che si farebbe concreto il pericolo per intere generazioni di uomini e donne di essere distrutte. I terroristi sono persone disposte a dare la propria vita, e la vita di tutti noi, per un ideale sbagliato, per qualcosa che gli è stato inculcato. Sono pronti a tutto. Per questo gli sforzi di tutti i paesi devono congiungersi nella direzione di scongiurare questa minaccia.

Il rischio per il mondo oggi sembra maggiore, ma come si può uscire da questa situazione?

Dobbiamo andare sulla strada del rispetto totale degli accordi esistenti, mantenere valide tutte le decisioni che riguardano il controllo degli armamenti e intavolare delle trattative nuove. L'umanità ha bisogno della ratifica della messa al bando totale delle armi nucleari.

Lei e i presidenti americani avete avviato coraggiosamente delle trattative in un momento in cui la corsa agli armamenti sembrava non dovesse fermarsi…

Sono appena tornato da Harvard per un importante incontro dedicato ai vent'anni dagli accordi sui missili a medio e lungo raggio. C'erano politici, diplomatici e militari, e c'erano molti di quelli che hanno partecipato alle trattative di 20 anni fa, quando è stato impostato il dialogo tra Usa e Urss. Appena sono diventato capo del- e Usa si svolgevano ogni sei anni ed erano un po' rituali, in una situazione di completo stallo: non c'era dialogo, ma la paralisi. Però eravamo a cinque minuti dalla catastrofe. Nel mondo esistevano già 30.000 testate nucleari. All'epoca il vicepresidente Gorge Bush (il padre dell'attuale presidente) era il capodelegazione al funerale del mio predecessore, Kostantin Cernienko. Quando lo vidi gli feci a bruciapelo la proposta di avviare subito delle trattative. Lui rispose di sì. Negli Stati Uniti c'erano tante forze contrarie al dialogo, a cominciare dal ministro della Difesa Shultz, e lo stesso presidente Reagan era un vero anticomunista. Quando ci siamo incontrati a Ginevra è stato quasi buffo: Reagan scopriva che noi sovietici eravamo persone del tutto normali e noi vedevamo gli americani come persone normalissime. A volte i pregiudizi sono terribili! E ci siamo detti: "perché non possiamo dialogare?", "perché non possiamo metterci d'accordo?". Quando dopo il primo incontro a quattrocchi sono tornato dai miei e mi hanno chiesto come fosse Reagan gli ho detto "E' proprio un dinosauro!". Poi ho saputo che a un'analoga domanda Reagan aveva risposto "E' un bolscevico dalla testa dura!". Ma alla fine abbiamo firmato un accordo per l'eliminazione degli euromissili che stabiliva che la guerra nucleare era inammissibile e che non ci sarebbe potuto essere un vincitore.

Come nel film Wargames, dove alla fine il computer impazzito che stava trascinando il mondo sull'orlo della Terza guerra mondiale dice: "Guerra termonucleare globale, nessun vincitore. Unico modo per vincere è: non giocare!". Poi il dialogo è continuato?

Sia con Reagan che con il suo successore, Bush padre. Nel luglio del 1991 abbiamo firmato il trattato "Start" per la riduzione degli arsenali nucleari strategici. Il mondo di oggi ha gravi problemi, oltre agli armamenti quale priorità indicherebbe? C'è un'emergenza acqua, un bene prezioso che scarseggia. Se lei va a dire in alcune parti del terzo mondo che in Europa o in America basta aprire un rubinetto e arriva l'acqua corrente la guardano come un marziano. L'acqua è un bene preziosissimo, non bisogna sprecarla.

 

Gorbaciov ci saluta con un sorriso e torna ai lavori dell'"8° Summit dei premi nobel per la pace", lo storico incontro voluto dal sindaco Veltroni che si svolge annualmente in campidoglio. Deve discutere con il Dalai Lama, Lec Walesa e gli altri Nobel, un importante documento per stabilire se sia lecito il ricorso alla violenza come mezzo di difesa ed eventualmente entro quali limiti. Gorbaciov ha ricevuto l'ambito riconoscimento nel 1990 "per il suo ruolo nel processo della pace che oggi caratterizza settori importanti della comunità internazionale". Un anno dopo, nel 1991, come conseguenza di un colpo di Stato, l'Unione Sovietica viene sciolta e Gorbaciov lascia ogni carica politica nel suo paese.

Ormai è un po' cittadino del mondo, continua a viaggiare sempre a fianco della moglie Raisa, fino al 1999 quando una leucemia pone fine a una storia d'amore durata 46 anni. Oggi presiede la fondazione Gorbaciov e l'associazione ambientalista indipendente Green Cross International, presente in oltre 30 paesi. Critico verso Putin e i suoi metodi giudicati poco democratici, Gorbaciov è uno dei più attivi ambasciatori di pace nel mondo. Durante la sessione plenaria del "Summit" in campidoglio, tocca all'ex presidente sovietico illustrare il documento finale. Ci sono decine di telecamere, giornalisti e tanti, tanti giovani.

"Quando vediamo la violenza dobbiamo reagire con la violenza?
-si domanda Gorbaciov-
Pensate a ognuno di voi, a quante volte avrebbe dovuto reagire. Solo in casi veramente eccezionali si può ricorrere alla violenza, ma in linea di massima dobbiamo scongiurare, bandire la violenza dal genere umano. Non possiamo tacere di fronte alla dottrina dell'attacco preventivo".

 

 

 

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