Se
i bamboccioni stanno male
Il disagio è, letteralmente, la mancanza di agio, il non sentirsi al proprio posto, il non stare bene nella situazione in cui ci si trova. Una sensazione che più o meno tutti conosciamo, che per un numero più o meno considerevole di volte nella vita ciascuno di noi ha provato.
A disagio può metterci lo svegliarsi con un brufolo sul mento il giorno della riunione col capoufficio, oppure sentirsi dire, a metà della cena organizzata dopo mesi di tentativi infruttuosi, “caro hai un piede di lattuga tra i denti”!
Ma c’è anche un disagio strutturale, un male di esistere (“a me la vita è male” diceva Leopardi) che va al di là del contingente quotidiano, e che chiunque possieda il ben (o il mal) dell’intelletto, conosce bene. Una dimensione dell’uomo, probabilmente, come insegnava, cantandolo, Fabrizio De André: quando la vita smette di aiutarti.
Ogni essere umano affronta, da solo, il suo peso esistenziale. Ciascuno con la forza e le armi che è andato affinando giorno dopo giorno, anno dopo anno. Una specie di allenamento che inizia dall’infanzia per consolidarsi nell’epoca dell’adolescenza. Ma ogni allenamento ha bisogno di modi e tempi giusti, altrimenti la gara risulta compromessa. La gara più importante, quella con se stessi, con il migliore dei mondi possibile, parte con l’handicap per un’intera generazione: quella dei nostri giovani.
Basta leggere gli studi sociologici, studiare i rapporti statistici, analizzare i resoconti economici per rendersi conto che, forse per la prima volta nella storia, i figli hanno un’aspettativa di vita più buia dei genitori. Il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria, la pensione, conquiste per le quali i nostri avi hanno lottato, sembrano oggi, di nuovo, lontani miraggi.
Non c’è dubbio che le radici del problema siano complesse e difficili da districare, ma è certo che la crisi profonda che scuote le fondamenta umane, sociali e politiche di quelli che oggi non hanno ancora l’età, ma che domani saranno quelli che governeranno il mondo, vanno affrontate presto e seriamente. E non a chiacchiere. Tormentoni sull’argomento: gli adolescenti sono maleducati perché non cedono il posto sull’autobus e, oltretutto, sono somari in matematica; quelli più cresciuti sono bamboccioni perché non lasciano mamma e papà per andarsi a fare la loro vita.
Bamboccioni?! Mica lo so se si può dare del bamboccione a chi lavora e studia contemporaneamente sapendo che ha il settanta per cento di probabilità di usare la laurea come quadretto all’ingresso del monolocale in cui vivrà con il partner e l’unico figlio che il suo mutuo quarantennale a tasso variabile gli consentirà, faticosamente, di allevare, nell’attesa di una vecchiaia incerta.
L’età media cresce e la qualità della vita diminuisce. Sembra la lugubre parafrasi della celebre affermazione di Woody Allen: il giorno in cui smetterò di fumare vivrò una settimana di più ma certamente pioverà a dirotto.
In primo luogo le Istituzioni devono farsi carico di una situazione non più sostenibile che nasce dai banchi della scuola, per chi ha la fortuna di andarci, e cresce di pari passo con l’età fino a dar luogo a comportamenti devianti o, se va bene, a quell’assenza di valori tanto denunciata e poco affrontata. Serve un piano organico e non più iniziative sporadiche, anche se lodevoli. Urge fermarsi e riflettere, non andare a tentoni su un terreno così instabile da rischiare una frana disastrosa da un momento all’altro. Necessitano provvedimenti urgenti per arginare un fenomeno che è già emergenza sociale e culturale prima ancora che economica.
Per chi, come chi scrive, lavora da sempre con i giovani, fuori e dentro la scuola, è chiarissima la necessità di agire subito. Quando un ragazzo di quinta ginnasio, alla domanda “qual è il tuo sogno”, risponde “trovarmi un lavoro per comprare una Fiesta a rate”, ti rendi conto che siamo alla frutta. Che anche i sogni sono diventati mediocri. Che il futuro non è speranza, è rassegnazione. E allora bisogna ripensare il concetto stesso di formazione, affinché sia veramente strumento per i giovani per trovare in se stessi la forza per non essere sconfitti dalla vita, per non legarsi all’avere e alle immagini vuote, per cercare dentro le ragioni dell’esistere e non aggrapparsi a modelli vacui.
Bisogna ridare entusiasmo, voglia di lottare per cambiare il mondo. Perché se non lotti per cambiare il mondo, che vivi a fare?
Articolo pubblicato e stampabile dal numero 4 del Caffè Democratico
TO
Caffè
Democratico
Editoriale