il giornalismo
ti ringrazia
Biagi in tre parole: onestà, sobrietà, libertà.
«Ho sempre
sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo
immaginavo come un "vendicatore" capace di riparare torti e ingiustizie [...]
ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo » (Enzo
Biagi)
Il Picchio, una rivista studentesca fondata con i compagni di scuola, fu la prima esperienza. Il primo passo verso il suo destino. Durò pochi mesi, fu soppressa dal fascismo. Ma questo servì a gettare i semi di quello che sarebbe stato inequivocabilmente l’uomo che tutti abbiamo conosciuto : partigiano, antifascista, giornalista, redattore d’Italia, quello che nello scrivere, nel raccontare la nostra storia, con la sua vita, con la sua unicità ne è diventato a pieno titolo un capitolo.
«Ero l'uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari [...] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici » (Enzo Biagi)
Accusato di essere comunista lasciò nel ’51 il Resto del Carlino e tutta la sua carriera fu segnata da incarichi di prestigio ma anche da allontanamenti. Nel 2002, quello che fece parlare e soffrire maggiormente l’anima democratica moderna del Paese, fu preannunciato, dall’allora capo del Governo Silvio Berlusconi, in una dichiarazione che sarebbe passata alla storia come l’editto bulgaro.
«Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? [...] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri [...]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto - dia un'occhiata - nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto [...]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. » (Enzo Biagi)
Il suo ritorno in TV, in un’intervista nella trasmissione “Che tempo che fa”, segnò per RAI Tre il record di ascolti e poi pagine e pagine di giornali riportarono i commenti più disparati, per lui che l’indifferenza non l’ha mai saputa suscitare, per lui che ad aprile 2007, tornando sul grande schermo, in quello che sarebbe stato il suo ultimo programma, aprì la trasmissione dicendo «Buonasera, scusate se sono un po' commosso e, magari, si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni […] »
Ma Enzo Biagi è tornato, anzi non se ne è mai andato ed anche oggi 6 novembre non ci ha lasciati davvero, perché di lui è rimasto tutto: le sue idee, il suo coraggio, la sua educazione, la sua storia, la sua passione, le sue battaglie, le sue vittorie, che hanno fatto il giornalismo in Italia e che hanno fatto dell’Italia stessa, un paese più democratico.
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