Riforma
delle pensioni. A che punto siamo?
Nonostante le riforme attuate dai Governi Amato e Dini la spesa
pensionistica in Italia continua ad aumentare.
In base a stime condotte da autorevoli organismi nazionali ed internazionali il costo delle pensioni continuerà a crescere del 5% annuo, un ritmo insostenibile per le casse dello Stato.
Il problema della spesa pensionistica non riguarda soltanto l’Italia, il lento declino della popolazione europea ed il progressivo invecchiamento a fronte di una grande espansione della popolazione mondiale, l’immigrazione straniera, la diffusione di forme di lavoro “atipiche” e temporanee, rappresentano altrettanti campanelli d’allarme per un sistema di Welfare che sembra ormai inadeguato alla mutata situazione socioeconomica nel nostro continente.
Ciascuno dei suddetti soggetti delinea le strategie di un possibile intervento: innalzare l’età pensionabile e disincentivare coloro che vogliono uscire in anticipo dal mondo del lavoro, rafforzare la previdenza complementare e passare decisamente al sistema contributivo, ossia calcolare l’ammontare della pensione tenendo conto semplicemente dell’ammontare dei contributi versati senza alcun riferimento alle retribuzioni percepite negli ultimi anni della vita lavorativa. La riduzione della spesa pensionistica appare, in ogni caso, un’operazione non più dilazionabile.
Le proposte del governo
La legge Maroni attualmente in vigore prevede che dal 1° gennaio 2008 ci si possa ritirare dal lavoro soltanto se sono soddisfatte contemporaneamente due condizioni: i 35 anni di contribuzioni e i raggiunti 60 d'età, a meno di non avere 40 anni di contribuzione.
Si tratta del cosiddetto “scalone” che porta l’età pensionabile da 57 a 60 anni in un sol colpo.
Il progetto del Ministro del Lavoro Cesare Damiano prevede la sostituzione dello “scalone” con il passaggio dal 1° gennaio 2008 dell’età pensionabile dagli attuali 57 a 58 anni e l’instaurazione di un nuovo sistema che aumenta l’età pensionabile di un anno ogni 18 mesi fermi restando i requisiti contributivi. Insomma, in luogo dello “scalone” una sorta di “scalini”:
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Progetto di riforma Damiano |
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Data di entrata in vigore |
Età per la pensione di anzianità (35 anni di contributi) |
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1° gennaio 2008 |
58 anni |
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1° luglio 2009 |
59 anni |
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1° gennaio 2011 |
60 anni |
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1° luglio 2012 |
61 anni |
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1° gennaio 2014 |
62 anni |
L’approdo all’età minima per la pensione a 62 anni nel 2014 resta immutato rispetto alla riforma Maroni ma si dà una maggiore gradualità alle tappe intermedie ed ovviamente si realizza un risparmio inferiore per le casse dello Stato che secondo il Ministro Damiano potrebbe essere recuperato mediante gli accorpamenti degli Enti Previdenziali nella cosiddetta “superinps” ed attingendo dal famoso tesoretto fiscale.
Un argomento “spinoso” è quello del ritocco dei coefficienti di trasformazione. Si tratta dei coefficienti sulla base dei quali, tenuto conto delle aspettative di vita, si calcola l’ammontare della pensione. Su questo punto lo scontro non è solo tra governo e sindacati ma anche tra le diverse componenti del governo con l’ala sinistra indisponibile a trattare sulla riduzione dei coefficienti.
In ogni caso il mancato aggiornamento dei coefficienti di trasformazione
porterebbe, secondo la Ragioneria generale dello Stato, ad un’impennata tra
spesa previdenziale e Pil fino al picco del 15,8 per cento nel 2050 (con un
balzo del due per cento rispetto al rapporto attuale). Nel governo sembra
prevalere la linea del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che propone di
escludere dal ritocco dei coefficienti i lavoratori più giovani che hanno una
carriera discontinua e, dunque, un ammontare di versamenti troppo basso. Proprio
per questa tipologia di lavoratori si sta ragionando di introdurre i cosiddetti
contributi figurativi a carico dello Stato, come già accade per le lavoratrici
in maternità.
I richiami degli organismi internazionali (OCSE e FMI in primis) si moltiplicano, bisogna far bene e presto, anche perché in Europa l'Italia ha il tasso più alto di spesa pubblica rispetto al prodotto interno lordo.
E invece, dopo l’accelerazione di inizio anno che aveva fatto ben sperare per una soluzione in tempi brevi dei vari problemi sul tappeto, la riforma sembra essersi nuovamente impantanata negli acquitrini dei veti incrociati, dei posizionamenti ideologici, della difesa di interessi corporativi. Il rischio che si corre è quello di perdere di vista il vero obiettivo di un qualsiasi disegno riformatore in questa delicatissima materia che, a nostro parere, consiste nel privilegiare le giovani generazioni sostenendo, ad esempio, la speranza di un lavoro degno di questo nome, con retribuzioni “decenti” e che possa costituire esso stesso il presupposto per un’altrettanto decente pensione.
TO
Caffè
Democratico

Editoriale