Non
nominare il nome di Dio invano!
Tolleranza, dialogo, integrazione, in una società sempre più multietnica, multiculturale e su basi laiche, le basi del diritto.
Pezzotta (portavoce del Family Day) dichiara: “il Partito democratico? Non c'è posto per noi cattolici”.
Sicuro signor Pezzotta?
Quello che forse non si è compreso è che il Partito Democratico parte da presupposti diversi. Il Pd è tale e nasce in quanto propone un approccio ed una visione opposti alle logiche di parte e rigetta le strumentalizzazioni atte ad allocare appartenenze sociali, di cultura o di fede, dentro o fuori da esso. Il Pd è, dovrà essere, il partito di tutti, il partito delle persone, degli individui in carne e ossa. Un cittadino inteso a 360°, che vede prendere forma, nel suo partito, la pluralità dell’individuo ed il pluralismo della collettività.
Il Pd è un partito laico. Ma laicità è rispetto e considerazione di tutti.
Laicità è battersi per i diritti di tutti. Dei conviventi e dei single che non si riconoscono nella scelta del matrimonio, ma anche delle famiglie, degli operai e del ceto medio, dell’industria e della produzione culturale. Laicità è rappresentare tutti quei diritti che la Costituzione sancisce e che il buon senso e il civismo reclamano. Laicità è affermare tutti quei bisogni, spirituali e materiali, che danno senso alla vita e ne migliorano la qualità. Laicità è garantire la libertà di esprimersi, di professare il proprio credo religioso, di affermare le proprie istanze sociali e individuali.
Per questo il Pd può essere il partito di tutti. Nessuno escluso.
Insomma si parla di equità. Non trova, signor Pezzotta?
Si parla di non prevaricazione, si parla di quello che proprio (noi) cattolici, credenti, da duemila anni predichiamo: uguaglianza, rispetto. Non mi sembra di aver mai letto, nelle Sacre Scritture, o sentito tra gli insegnamenti religiosi, che i diritti degli uni debbano prevaricare i diritti degli altri e non coesistere. Anzi, mi pareva di aver capito il contrario. Non mi sembra di aver mai letto o sentito che la fede abbia, debba o possa avere una collocazione politica. Ma forse mi sbaglio. Mi sembra invece di aver letto “non nominate il nome di Dio invano” che forse può significare “non usatemi, per favore”.
Ho letto male, signor Pezzotta?
Mi spaventa un po’ la farisaica idea del “giusto” a prescindere. L’idea di chi pensa di possedere la “verità”, arroccandosi in torri dove gli altri non possono entrare. Politicamente parlando, mi preoccupa l’idea di un partito giusto dei giusti, che rappresenta nella sua politica, nel suo agire, gli interessi di un determinato segmento della società. Un partito elitario che va per la sua strada, senza tener conto delle diversità e delle fragilità. Io in quell’ipotetico “partito giusto” non ci vorrei stare. Preferisco lavorare per la costruzione di un Partito degli uomini e delle donne che si va costituendo sul terreno dell’ascolto e dell’accoglienza.
Non è meglio, signor Pezzotta?
E’ nella casa comune che il posto è più grande per tutti e per ciascuno.
Un’ultima
precisazione: nel Pd, per qualcuno, posto non c’è proprio. Per chi antepone
se stesso, la propria visione e i propri diritti a quelli di un altro. Per
chi si autoesclude, escludendo l’altro.
L’aspettiamo, signor Pezzotta.
Ma non è solo questo il caso da poter citare per pensare o meglio ripensare come gettare le basi per una laicità che tenga conto, in quanto tale, delle sensibilità e delle esigenze di tutti.
L’Italia ha visto, in particolare negli ultimi anni, il verificarsi di un arricchimento culturale derivato dall’incremento di fedi, usi e costumi importati dai tanti cittadini stranieri che vivono, lavorano e nascono nel bel Paese.
L’arricchimento nasce dall’integrazione e deve rappresentare un valore aggiunto. Giammai una privazione.
Condizioni di base per cui questo possa essere sono necessariamente la conoscenza reciproca ed il rispetto. Si resta invece sbalorditi, amareggiati, preoccupati, dalle campagne antireligiose in particolare anticattoliche (o, a seconda del caso, antimusulmane o antinomadi, che riportano alla memoria quelle terribili antisemite). Campagne che alcuni stanno facendo, forse, per visibilità personale o interesse nel pubblicizzare le strutture/organizzazioni che gestiscono/rappresentano. Queste iniziative certo non favoriscono l’integrazione o la libera professione di fede di nessuno. Ricordiamo ad esempio la struttura sanitaria che ha fatto della rimozione della Croce dalle camere di degenza l’occasione per raccogliere attenzione dai media.
I malati, ricoverati nelle strutture ospedaliere hanno diritto ad avere il massimo conforto. Conforto che, nell’essere umano, ad ogni latitudine e in ogni tempo, è passato e passa anche per la via della Fede. La Croce rappresenta, per i credenti cattolici, maggioranza della popolazione residente in Italia, simbolo di quella Fede. E’ segno di consolazione, speranza e rinascita. E un tale simbolo non può essere messo in concorrenza con altre immagini di pari dignità come se fosse un concorso di bellezza. Cosa si gradisce di più? La Croce o la Madonna? Nel dubbio magari anche nessuna delle due! La risposta nasce spontanea: entrambe e non solo quelle, ma a ciascuno la sua. Ogni cittadino diversamente credente ha diritto al conforto che può derivare dalle immagini religiose, a seconda delle tradizioni. Se la logica è quella della sostituzione, dell’annullamento, dell’impoverimento siamo davvero lontani dalla democrazia. Siamo veramente lontani dal mettere sane basi per una corretta e serena integrazione. Interventi a tutela della libera Fede in libero Stato, nel rispetto dell’individuo, potrebbero essere, al contrario, quelli atti a favorire, garantire, in ogni struttura sanitaria, la presenza di testi, immagini, spazi di culto, e, all’occasione, ministri di tutte le fedi. E’ bello che in molti alberghi ci sia una copia della Bibbia o dei Vangeli. E perché non una del Corano o dei Sutra buddisti? E’ giusto creare le condizioni affinché chiunque possa pregare e affidarsi al suo Dio. Non è giusto violentare chi, cresciuto e maturato nella fede, pretende di trovare, in particolare nei luoghi di sofferenza, il conforto che desidera. Il rischio evidente è di privare la persona credente di qualcosa di urgente e caro, spesso insostituibile, con la conseguenza di creare la sensazione di essere intrusi in casa propria.
Tolleranza, termine se vogliamo negativo, riduttivo, in una società che aspira ad una vera integrazione, è il presupposto minimo per la coabitazione e la sana convivenza. Si è proposto di togliere la Croce da una struttura ospedaliera perché le tante donne musulmane partorienti non la riconoscevano come proprio simbolo religioso. Eliminare invece che integrare e far convivere. E magari domani assisteremo alla degenerazione finale: scuole differenziate per fedi, ospedali diversi per credenze, ghettizzazioni, intolleranze, rifiuto dell’altro, moderno apartheid. Questo è il momento di prevenire che, come tutti sanno, è meglio che curare. Forse sarebbe stato meglio leggere sui giornali che, nel rispetto delle diverse religioni, oltre alla Croce, l’ospedale metteva a disposizione spazi, immagini, testi o strumenti utili a professare la fede e a trovarvi più facilmente conforto nel momento del bisogno. Sarebbe stato visto dai più (atei e agnostici compresi) come un atto di civiltà.
Altra riflessione può
essere fatta relativamente all’ora di religione nelle scuole dell’obbligo, da
molti anni criminalizzata e resa facoltativa. E’ ovvio che l’ora di religione
si dovrebbe chiamare di “religioni”. E’ ovvio che non deve rappresentare un’ora
supplementare al tradizionale catechismo cattolico ma affrontare la questione
delle fedi dal punto di vista storico, antropologico, culturale. Un’ora che
dovrebbe fornire al giovane cittadino italiano, nozioni che neutralmente gli
consentano di conoscere e comprendere caratteristiche, differenze e
similitudini, tra tutte le religioni conosciute. E’ altrettanto ovvio che
dovrebbe essere obbligatoria. Obbligatoria perché, come la storia dimostra, le
fedi sono elemento fondante delle varie culture. Culture che in una società
globalizzata non possono essere ignorate. Obbligatoria perché è dalla conoscenza
del diverso che nasce il rispetto. Un rispetto trasversale, non unilaterale. La
cui mancanza appare essere il tragico comun denominatore di atteggiamenti
intolleranti oggi ancora così diffusi. Un rispetto ancora tutto da costruire. Un
rispetto che deve essere la parola d’ordine di un Partito Democratico, di un
partito nuovo, di un partito laico. Un rispetto che è “non usare il nome di Dio”
per difendere ragioni tutte di questa terra.
TO
Caffè
Democratico

Editoriale