Intervista a Massimo D'Alema
La partecipazione contro la crisi della politica
“Non solo io, ma anche gli altri;
Non solo qui, ma anche il mondo;
Non solo oggi, ma anche domani”.
di Pino Nazio
Ha
lanciato il sasso nello stagno, che i cerchi ancora si allargano.
È bastato che
D’Alema dichiarasse “è in atto una crisi della credibilità della politica che
tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni ’90
segnarono la fine della Prima repubblica”, che si è scatenato un terremoto. Il
ragionamento del ministro degli Esteri coinvolge il calo di fiducia sia verso il
governo di centrosinistra, ma anche verso l’opposizione berlusconiana. Secondo
D’Alema, una delle risposte alla crisi della politica è la partecipazione. In
questo senso, “il Partito Democratico può rappresentare una straordinaria
occasione per chiunque”. Un invito ai cittadini a intervenire, a contare nella
grande novità della politica italiana. Un invito lanciato in modo diretto e
deciso, com’è nel suo stile, che – spesso – affascina anche gli avversari. Può
succedere, infatti, nel corso di una conversazione con elettori del
centrodestra, di ascoltare parole di elogio per Massimo D’Alema. Nonostante le
critiche alle sue posizioni politiche, gli vengono spesso riconosciuti attestati
di stima. E la stima per l’avversario è una merce rara dalle nostre parti,
abituati da secoli a dividerci, a vivere lo scontro politico come una resa dei
conti tra nemici. A D’Alema in molti riconoscono di essere un politico di razza.
Il 20 aprile ha spento 58
candeline. È in politica dal 1963, prima nella Federazione Giovanile Comunista,
di cui è segretario dal 1975 al 1980, poi ai vertici del Pci. Nel 1987 viene
eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Puglia,
per questo sono in molti per questo a considerarlo meridionale. In realtà è nato
e cresciuto a Roma. Passano due anni ed è a fianco di Achille Occhetto
nell’impresa di traghettare il più forte Partito Comunista dell’Occidente verso
il Partito Democratico della Sinistra. Nel 1994 è eletto segretario del Pds,
l’anno successivo pubblica “Un paese normale – La sinistra e il futuro
dell’Italia”. “Il compito della mia generazione –scrive- è portare la sinistra
italiana al governo del Paese. Altre generazioni hanno fatto cose fondamentali:
hanno riconosciuto la democrazia, hanno rinnovato il Paese. Ora, per noi, il
problema è il governo: vogliamo essere messi alla prova.”. E la prova arriva.
Massimo D’Alema è uno degli artefici della nascita, attorno a Romano Prodi,
dell’Ulivo. Nel 1996 lo schieramento di centrosinistra vince le elezioni,
D’Alema resta alla guida del suo partito, ma diventa presidente della
Commissione bicamerale per le riforme istituzionali. Cerca, fino all’ultimo, di
conciliare le diverse posizioni, ma la spaccatura tra i due schieramenti che si
contendono il governo del Paese è profonda ed il progetto delle riforme
istituzionali e costituzionali fallisce, dovendo così rinunciare a far diventare
l’Italia “un paese normale”. Nel 2000, dopo la caduta di Prodi, è chiamato alla
guida del governo: in Italia è la prima volta di un ex-comunista. Da presidente
del Consiglio si reca in visita da papa Wojtyla e va trovare i lavoratori di
Mediaset per rassicurarli sul loro futuro. Assume la difficile decisione di
schierare l’Italia con la Nato nella guerra in Kosovo. E’ il 24 marzo 1999. Le
sue scelte – dalla Bicamerale, all’entrata al governo, all’intervento nei
Balcani – non sono mai improntate alla ricerca del consenso. Per questo attira
spesso su di sé più antipatia che ammirazione. L’Ulivo perde le elezioni
regionali e, dopo 20 mesi di governo, D’Alema si dimette. Al suo posto arriva
Giuliano Amato. D’Alema lascia intendere che se ne starà fuori per un po’ dalla
politica attiva, ma il richiamo della vita pubblica è troppo forte. Diviene
presidente della fondazione Italianieuropei, poi viene eletto presidente dei
Democratici di sinistra e nel 2003 diventa vicepresidente dell’Internazionale
socialista. Nel 2006 è a fianco di Prodi come vicepremier e ministro degli
Esteri. Durante l’estate, porta l’Italia al centro della politica
internazionale, facendole giocare un ruolo determinante nella risoluzione del
conflitto israelo-libanese. Poi il ritiro dei militari italiani dall’Iraq,
l’impegno contro la pena di morte e la violazione dei diritti umani: non c’è un
fronte caldo dove la Farnesina non provi a giocare un ruolo di mediazione e di
dialogo, soprattutto in Medio Oriente. Naviga nelle difficili acque della
missione in Afghanistan, ma tra i ministri esce sempre al primo posto nel
gradimento degli italiani.
A
Massimo D’Alema quanto piace il lavoro che svolge?
“Faccio un lavoro per il quale mi ritengo enormemente fortunato. Ho sempre militato nella sinistra e credo faccia parte dei suoi tratti identitari la passione per quello che succede nel mondo. La sinistra è stata definita splendidamente con queste poche parole:
‘Non solo io, ma anche gli altri;
Non solo qui, ma anche il mondo;
Non solo oggi, ma anche domani’.
Questa attenzione verso il domani, verso gli altri, verso il mondo, anziché occuparsi dell’oggi, di sè stessi e solo di quello che avviene vicino a noi è quello che rende la sinistra appassionante.
Io, per mestiere, mi occupo di mondo ed è entusiasmante”.
Il centrosinistra è tornato a governare dopo 5 anni di centrodestra. Cosa avete trovato?
“Abbiamo ereditato un Paese in grande difficoltà: crescita zero, dissesto della finanza pubblica, nessun investimento su scuola, università e ricerca, nessun provvedimento a favore delle imprese, aumento del lavoro precario, dilagare dell’evasione fiscale. Inoltre, il Paese è apparso prigioniero della paura: paura della globalizzazione, paura di perdere rendite di posizioni e privilegi, paura nei confronti dell’ “altro”. Si sono favoriti particolarismi, il conflitto tra generazioni, tra gruppi sociali, persino tra territori. È prevalsa la difesa egoistica di interessi ristretti. Insomma, nei cinque anni di governo Berlusconi, l’Italia è sembrata avere smarrito la consapevolezza fondamentale del senso di essere comunità. Come ho detto, è il risultato della diffusione di una cultura della paura, di un’idea di società che deve difendere i propri privilegi, deve difendersi da un mondo che cambia, da coloro che competono con la nostra economia, dagli immigrati”.
Questo ha anche portato dei consensi al centrodestra…
“La politica si lega sempre ai sentimenti, questa è una politica che sposa i sentimenti più bassi. Apparentemente è una politica forte, ma rivela una grande debolezza, perché, oltretutto, tarpa le ali al Paese”.
E sul tema dell’immigrazione?
“Noi oggi abbiamo sempre di più una situazione in cui la criminalità diffusa si sovrappone al fenomeno dell’immigrazione e la destra cavalca la paura dell’immigrato che delinque. Salvo poi dimenticare che questa immigrazione è il risultato della legge Bossi-Fini, che, impedendo di fatto l’immigrazione legale, ha favorito quella illegale. Ci troviamo di fronte a casi incredibili, di imprese che non riescono a far avere il visto a ingeneri informatici indiani, tanto che a un certo punto trasferiscono la loro attività direttamente in India. D’altra parte, se l’informatico di qualità non può arrivare a lavorare nel nostro Paese, è l’impresa che va dove trova forza lavoro qualificata. Abbiamo casi grotteschi di imprenditori giapponesi che hanno comprato imprese italiane e non possono venire a prenderne possesso, perché non riescono ad avere il visto. Abbiamo una legge in base alla quale se un turista giapponese miliardario viene in Italia e dopo una settimana non ha il permesso di soggiorno, diventa clandestino, mentre l’immigrato, quello disperato che viene con il barcone, non chiede il visto”.
Prima ha parlato della sfida dei paesi asiatici…
“La sfida è quella del rapporto con le grandi economie emergenti. E non dobbiamo nasconderci il fatto che probabilmente ci sono settori dove dovremmo ridimensionare la nostra presenza industriale. Penso agli anni ’50 e ’60, quando noi siamo stati la Cina d’Europa. Quante fabbriche tessili hanno chiuso in Gran Bretagna perché noi eravamo più competitivi, anche grazie ai bassi salari? Ma non è fallita la Gran Bretagna: essa ha trasformato la sua economia. Noi dobbiamo vedere, nello sviluppo di questi grandi Paesi, uno stimolo a trasformarci, a puntare sulla qualità e sulle nostre straordinarie capacità di essere accettati nel mondo. L’unico Paese a cui i cinesi riconoscono un debito di civiltà, è l’Italia: hanno inserito nel loro pantheon - che va da Confucio a Deng Xiaoping - solo due stranieri e sono due italiani: Marco Polo e Matteo Ricci. Noi siamo parte della storia di molti Paesi”.
Non solo Cina e India?
“Il Brasile è un altro grande Paese emergente. Pensate che quando Lula è stato eletto presidente, Berlusconi non gli ha spedito nemmeno un telegramma, perché – diceva - ‘è un comunista’. In Brasile ci sono 24 milioni di italiani”.
Quale dovrebbe essere un modo per affrontare le sfide dell’economia globalizzata?
“Innanzitutto con la fiducia in noi stessi, in questo Paese, cogliendo come occasioni le trasformazioni in atto, che sono tumultuose. Bisogna puntare sulla fiducia nel cosmopolitismo degli italiani, nelle nostre capacità di interpretare il mondo che cambia”.
A proposito di sfide, quella per la realizzazione del Partito democratico è in pieno svolgimento. A quali principi si ispira questa scelta?
“Partito Democratico vuol dire una politica nuova, e una politica nuova deve innanzitutto saper ricucire il Paese intorno alla speranza e al coraggio di affrontare nuove sfide. Questo è il senso del progetto”.
Chi critica il progetto lo fa sostenendo che si tratta solo di “una fusione a freddo tra Ds e Margherita”.
“Il progetto del Partito Democratico deve essere di ampio respiro, deve coinvolgere associazioni, società civile, tutti i cittadini che hanno voglia e curiosità di farlo, con diritto di elettorato attivo e passivo. Queste devono essere le regole del gioco. Il processo deve essere il più aperto e democratico possibile. Tutti quelli che vogliono cimentarsi devono poterlo fare. Dopodiché conto sul fatto che in questo Paese ci sono milioni di cittadini che hanno voglia di essere padroni del proprio destino. Se la politica si mette in gioco - noi lo stiamo facendo – e offre questa possibilità, non saranno pochi quelli che vorranno coglierla. Creare il Pd non è un modo di isolarsi, al contrario deve rappresentare un’occasione per mettersi in relazione con il mondo in trasformazione. Proprio per questo, credo che ci sia una forte aspettativa che va al di là delle nostre forze tradizionali. Anche all’estero c’è molta curiosità. D’altra parte nasce in Italia qualcosa di nuovo. Mi sono sentito dire spesso: “l’Italia torna ad essere un punto di riferimento, uno stimolo”. Questa operazione ha enormi potenzialità, anche se non tutti sembrano coglierla”.
E dello scetticismo di alcuni osservatori cosa ne pensa?
“A volte si tratta di stimoli che vanno colti, altre volte di giudizi superficiali. Mi ha colpito un episodio: il giorno in cui al congresso nazionale dei Ds a Firenze, il presidente dell’Internazionale socialista e il capo dei Democratici americani – cioè il partito che rappresenta la maggioranza del Congresso degli Stati Uniti – ci dicevano che il progetto del Pd era interessante, il maggiore quotidiano italiano, pubblicava un editoriale intitolato: ‘Il rischio dell’isolamento’. Nell’articolo ci veniva spiegato che la sinistra italiana ormai è isolata da tutto il mondo. Forse chi ha scritto quell’editoriale non esce di casa. È del tutto evidente, invece, che quello che sta nascendo può diventare un crocevia, un ponte tra cultura diverse, tra modi diversi di concepire una battaglia progressista. Abbiamo di fronte a noi una grande opportunità, vale la pena di rischiare. Ma, soprattutto, io penso sia necessario presentare questo progetto per quello che è: una grande risposta ai problemi e alle speranze del Paese”.
La cosiddetta road-map per la nascita del Pd è stata tracciata, a ottobre ci sarà l’Assemblea costituente…
“Da qui a ottobre lo sforzo è creare non soltanto un nuovo partito ma un ‘partito nuovo’, qualcosa di profondamente necessario per la società italiana. Abbiamo bisogno di restituire slancio, passione, voglia di mettersi in gioco. È un discorso che riguarda in gran parte la politica, molte volte impegnata nella difesa di nicchie, di rendite di posizione, grandi e piccole.
Io credo che un grande partito debba nascere attorno a un progetto di Paese, ad un sentimento collettivo. Allora si può pensare di suscitare una partecipazione e di restituire una legittimazione alla politica.
Solo la politica deve essere rinnovata?
“Mettersi in gioco è una questione che tocca non solo la politica, ma l’intera classe dirigente. Tocca in profondità la società italiana.
Nel fissare le regole del gioco del Pd si sentono principi da terremoto della vecchia politica: primarie obbligatorie, una testa un voto, 50% di rappresentanza femminile…
Intorno a questo progetto, tutti dobbiamo metterci in discussione. Non ci possiamo arrivare inquadrati, dobbiamo fare uno sforzo per arrivarci ciascuno con il suo patrimonio, con la sua storia, con le sue idee, ma anche rimettendosi in discussione, rimettendo in discussione tutto quanto: strutture e persone.
Quanto conterà la partecipazione della gente?
Sarà determinante. Il Partito sarà veramente democratico se non saremo lasciati soli, se una parte larga della società italiana vorrà cogliere con noi questa occasione. Il nostro compito è renderlo possibile”.
TO
Caffè
Democratico

Editoriale