Sotto le bandiere del riformismo, per immaginare il futuro
di Andrea Secci
Come ha ben sottolineato, sul Sole 24 Ore, lo storico Valerio Castronuovo, la cultura riformista è stata a lungo assente dalla vita politica italiana, sostituita di volta in volta dalle riforme di struttura (PCI), dalla programmazione statuale del progetto 80 (sinistra PSI), dal solidarismo delle coscienze individuali accompagnato da un intervento pubblico assistenzial–clientelare (DC), il tutto mescolato ad un protezionismo corporativo tutelato da una certa politica sindacale.
Altri tempi, altri contesti internazionali, altra divisione internazionale del lavoro.
Non c’è dubbio. Il problema è l’eredità che pesa sulle spalle di tutti noi contribuenti attuali:
-un debito pubblico altissimo (107% del pil), che impedisce di fatto manovre pubbliche di un certo peso, con un onere annuo oscillante tra i 70 e gli 80 miliardi di interessi;
-il ritardo di investimenti nelle infrastrutture essenziali per la competitività del paese (rete energetica, stradale, ferroviaria, sistema portuale, trasporto locale metropolitano);
-la presenza di un’economia illegale superiore di gran lunga alla percentuale fisiologica di altre economie capitalistiche, legata sia alla malavita organizzata che alla sistemica evasione fiscale;
-una politica sociale tesa a proteggere i soli occupati, poco attenta alle problematiche della famiglia, con un egualitarismo a tutti i costi che ha portato al livellamento verso il basso degli stipendi, del sistema formativo senza nessun incentivo per i più meritevoli ed i più capaci, in una falsa concezione della democrazia che è tale quando dà pari opportunità di accesso a tutti e non di permanenza di tutti a tutti i costi;
-un sistema economico basato sul proliferare della piccola impresa sintomo si di una grande vitalità ma anche dell’impossibilità di esercitare un ruolo da protagonista nell’economia globalizzata caratterizzata dalla conoscenza e dal capitale finanziario. Proliferare della pmi che si è accompagnato allo scardinamento di interi settori produttivi (farmaceutica, agro alimentare, chimica…) di cui l’Italia era leader mondiale;
-un sistema giudiziario al collasso anche per la mancanza di regole fondamentali per un’economia moderna (tutela del risparmio, certezza del diritto e della durata di un procedimento, debolezza delle authority, governance delle imprese, diritto fallimentare..), mentre di contro ci troviamo di fronte ad una produzione legislativa senza fine (pare che in Italia ci siano oltre 120000 leggi in vigore);
-ultimo, ma non certo per ordine d’importanza, un sistema burocratico che definire antidiluviano è usare un eufemismo, e questo senza nulla togliere alla buona volontà di migliaia di amministratori e di pubblici dipendenti che si fanno in quattro per sopperire alle deficienze del sistema.
Su tutte queste questioni, a cui si aggiunge la questione delle questioni, e cioè il limite dell’azione nazionale sui temi decisivi della costruzione della pace e di un nuovo ordine mondiale, della lotta al terrorismo, della difesa dell’ambiente, della regolazione e tassazione dei movimenti di capitale, di un sviluppo economico sostenibile che elimini la piaga della fame nel mondo e del rinascere di nuove forme di schiavitù, i riformisti hanno molto lavoro da fare e molte energie da aggregare.
Il riformismo non è infatti l’accettazione dello status quo esistente mitigando qualche eccesso dei soliti malandrini, ma il tentativo di regolare il modo di produzione capitalistico, offrire a tutti pari opportunità, eliminare disparità ed ingiustizie, ampliare le libertà di ognuno e di indirizzare la società verso forme più avanzate di convivenza civile.
In altri termini il riformismo è il metodo per sviluppare la democrazia in tutte le sue declinazioni (cittadinanza, persona, impresa, impresa, istituzioni, relazioni internazionali).
Riformismo come metodo e non come ideologia e quindi più o meno efficace a seconda della sua capacità di conoscere i problemi che deve affrontare e della consapevolezza delle conseguenze delle scelte effettuate, quella che Giddens chiama “la modernità riflessiva”.
Sola la Politica può innalzare questa bandiera del riformismo.
Non l’Impresa che lasciata a se stessa pensa solo al profitto e non alla società civile ed allo sviluppo della democrazia e della giustizia.
Non il sindacato che difende interessi che pur quando sono generali sono sempre di parte e basati sul presupposto che ci sia sempre qualcosa da ridistribuire.
Non il populismo che vede tutto facile e a portata di mano solo per editto dell’illuminato di turno, meglio se ricco.
Non l’estremismo radicale basato sull’ideologia illuminista o sulla palingenesi dei fini, che non tiene conto delle persone reali e della conseguenze delle azioni.
Non la magistratura, che per sua natura deve applicare le leggi (e quanto contributo di sangue ha dato in questi anni per questo!), ma non le può fare.
La politica, che pur oggi è malata di personalismi ed abbarbicata a difendere piccole rendite di posizione, deve liberarsi dei troppi costi e privilegi, sostituire il personale troppo legato al passato ed alle identità, incapace di immaginare il futuro, lavorare per obiettivi, fare le regole per il mercato senza intervenire nella gestione economica.
Le regole, questo male oscuro per la destra conservatrice che vorrebbe farne a meno, devono al contrario essere la vera bandiera del riformismo. Senza regole il mercato è Suk ed i cittadini sono sudditi. Con le regole c’è il buon governo immortalato negli affreschi dei Lorenzetti a Siena.
Oggi la politica è debole. I problemi che deve affrontare sono inediti e su scala mondiale.
Solo se i migliori della società si impegneranno in politica, apportando nuove conoscenze, esperienze, best pratices, relazioni, si potrà fare quel salto di qualità che l’Italia aspetta da troppo tempo.
La nascita del partito democratico deve essere l’occasione per far affluire questi saperi nella politica nuova che serve all’Italia per il XXI secolo.
14 maggio 2007
TO
Caffè
Democratico

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