Questione energetica e democrazia
di Andrea Secci
Se è vero che esiste uno stretto rapporto tra sviluppo della civiltà e consumo di energia è altrettanto vero che la civiltà contemporanea si trova ad un bivio cruciale.
Con lo sviluppo portentoso dei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), il consumo di energia è cresciuto in maniera esponenziale. Questo sommato alla politica energetica dei vecchi paesi industrializzati (USA in primis), sta avendo un impatto devastante sul clima terrestre.
L’immediata conseguenza è l’aumento della temperatura media globale a causa del cosiddetto “effetto serra” (cappa di CO2, anidride carbonica, sospesa nell’atmosfera che si incrementa di anno in anno).
Infatti, fino ad oggi, l’energia è stata prodotta in larghissima maggioranza da fonti finite (idrocarburi), la cui combustione emette CO2. Le riserve di idrocarburi, inoltre, sono concentrate in luoghi lontani dal consumo energetico finale ed in aree politicamente instabili, determinando quei costi logistici e militari sotto gli occhi di tutti.
Oggi, queste fonti fossili sono sempre più costose, di qualità sempre più
scadente, sempre più difficili da estrarre e, secondo molte pubblicazioni,
potrebbero esaurirsi in pochi decenni.
Sui dati relativi alle effettive riserve c’è molta confusione dal momento che la
fonte sono le stesse compagnie petrolifere, potenzialmente interessate, di volta
in volta, a sostenere una tesi piuttosto che un’altra.
Comunque, l’ipotesi più accreditata è che verso il 2040 dovremmo arrivare al cosiddetto “peak oil” (picco produttivo). Val la pena ricordare che negli USA, il peak oil è stato raggiunto nel 1971 e da allora gli USA non sono più autosufficienti. Ciò ha influenzato e continua tutt’oggi ad influenzare in modo massiccio la geopolitica militare mondiale.
Secondo gli studi più recenti (IEA 2006), la domanda mondiale di energia crescerà del 50% nei prossimi 25 anni a causa dell’aumento della popolazione e delle sue aspettative di vita.
Questa combinazione di incremento della domanda e calo relativo dell’offerta, ha implicato l’aumento vertiginoso del prezzo dei prodotti petroliferi (+250% tra il 2002 ed il 2006), estendendosi anche al prezzo del gas che per tutti gli anni ‘90 era rimasto assai basso, causando conflitti militari su scala mondiale mascherati dal desiderio improvviso di esportare la democrazia.
Del resto la produzione di energia da altre fonti apparentemente pulite, come quella nucleare, è stata bloccata in molti paesi industrializzati, a causa di problemi -ancora non risolti- dell’alto costo iniziale di produzione, della sicurezza degli impianti, dello smaltimento delle scorie radioattive e dei siti dove stoccarle. Questo indipendentemente dal prevedibile esaurimento delle scorte di Uranio.
In attesa di nuove soluzioni tecnologiche che possano essere condivise dalla
popolazione senza creare nuove angosce, le strade da battere per liberarsi dalla
schiavitù del petrolio sono altre.
La scienza ha perso molta credibilità su questo argomento; sia la scissione
nucleare di quarta generazione, sia la fissione nucleare, sono ancora al di là
dal divenire possibili applicazioni industriali economicamente convenienti.
Sono anni che gli ecologisti dicono che sono due le strade maestre per far fronte al problema energetico della nostra civiltà:
1-riduzione dei consumi energetici
2-produzione di energia da fonti rinnovabili
Personalmente credo che il primo approccio sia innanzitutto culturale e che la politica debba ripensare molti aspetti della vita collettiva, dal trasporto, al modo di costruire le case per esempio. Ma senza una grande rivoluzione industriale ciò non sarà sufficiente. Infatti, il grande risparmio energetico deriverà dalla costruzione di macchine più efficienti e meno inquinanti e bene ha fatto il governo Prodi ad iniziare -per la prima volta- a dare incentivi in questo settore.
Sul secondo aspetto, invece, la tecnologia è più matura specie per quanto attiene l’energia solare termica, quella eolica, la produzione da biomasse, l’idrica e la geotermica.
La Commissione Europea, di recente, ha definito l’obbiettivo obbligatorio per
tutti i paesi membri per il 2020: il 20% del consumo totale di energia dovrà
essere soddisfatto con Fonti Energetiche Rinnovabili (FER).
Molti paesi si sono dati obbiettivi anche più ambiziosi.
La UE attualmente è il primo produttore mondiale di nuove FER con una potenza installata pari ad 1/3 di quella mondiale, con circa 15 miliardi di dollari investiti contro i 40 miliardi di dollari di investimenti mondiali. Purtroppo l’Italia è il fanalino di coda della UE e negli ultimi anni ha perso la sua leadership in molti settori come l’idroeletrico ed il geotermico.
Finalmente il nuovo governo Prodi ha stanziato incentivi consistenti per chi
effettua investimenti in questi settori aprendo una stagione nuova.
Adesso spetta agli operatori darsi da fare.
Purtroppo il silenzio di troppe amministrazioni pubbliche non è di buon
auspicio. Speriamo che nei prossimi mesi si possa assistere ad un fervore di
iniziative.
Ai politici occorre ricordare sempre che il problema energetico non è solo un problema economico fra i tanti ma che dalla sua soluzione attengono le sorti della democrazia.
14 maggio 2007
TO
Caffè
Democratico

Editoriale