Morti bianche? No grazie!.
di Stefano Galante
La significativa e rilevante attenzione rivolta dalle più alte cariche dello Stato riguardo il tema della tutela dei lavoratori e, al contempo, l’acuirsi degli infortuni e dei decessi per causa lavorativa in questi primi mesi dell’anno (pari al +35% circa rispetto al 2006), hanno portato ad una marcata risonanza da parte dei media, sul problema della mancata prevenzione sui posti di lavoro.
Alzare l’attenzione e richiamare al dramma quotidiano, delle morti bianche, rappresenta senza dubbio un importante apporto alla sensibilizzazione diffusa sul problema e all’aumento di una consapevolezza collettiva delle dimensioni inaccettabili del fenomeno. Ma se sul piano dell’opinione pubblica tutto questo può trovare una sua adeguata e necessaria collocazione, sul livello del merito – a partire dagli attori principali – il richiamo ad analisi puntuali, a riflessioni contestualizzate e costanti, deve seguire un atteggiamento ed un’azione dovuta.
Non sono i dati a poter offrire una adeguata e profonda conoscenza della complessità del fenomeno dei danni da lavoro, ma una lettura corretta ed un’interpretazione lineare e coerente dello scenario che da questi emerge, senza dubbio porterebbe a liberare il campo da tanti luoghi comuni sul tema.
Un primo
elemento: il rapporto tra lavoro nero e l’entità delle morti sul lavoro. Occorre
considerare che il dato di cui si dispone, 1280 lavoratori per l’anno 2006, si
riferisce a casi regolarmente denunciati. Pertanto, esclusa una minima
percentuale di denunce di decessi di soggetti regolati post-mortem (oggi tale
possibilità è definitivamente esclusa da modifica legislativa), la quasi
totalità dei casi è relativa a persone con rapporti regolari di lavoro.
Un secondo aspetto: i settori colpiti e i lavoratori extracomunitari. Senza poter escludere la significativa pericolosità rappresentata dal lavoro edile, si deve fare attenzione nel considerare che sul totale degli infortuni del 2006, pari a 927.956, è l’industria manifatturiera a registrare il più alto numero con 201.203 casi in confronto con l’edilizia con 98.149 eventi.
Su questi dati, anche gli infortuni relativi a lavoratori extracomunitari devono essere riconsiderati, seppur mai trascurati. Sul totale degli infortuni denunciati nel 2006, ad interessare lavoratori stranieri, sono stati 116.150 e quelli mortali 137. Risultati gravi, ma se rapportati al dato nazionale generale sono più di 3 italiani a morire ogni giorno in rapporto ad un lavoratore straniero e sono più di 7 lavoratori italiani ad infortunarsi.
Un terzo aspetto, l’età e il sesso. La morte è sempre un evento devastante ed ancora di più nel caso di giovani. Ma dall’analisi dei dati degli infortuni mortali sul lavoro, non può passare inosservato che sono le età medie e quelle più avanzate ad essere fortemente colpite e fra di esse le donne che fanno registrare un rapporto drammatico pari a 1 su 4 che muore per lavoro ogni giorno.
Un ultimo aspetto le malattie professionali. Non solo dimenticate nella quotidiana denuncia alla maggior tutela dei diritti dei lavoratori, ma ancora così poco presenti sul piano delle denunce di molti medici competenti. Purtroppo conosciuti i dati sui tumori da amianto, rimangono ancora sconosciuti quelli derivanti da esposizione ad agenti cancerogeni presenti non solo nelle grandi aziende ma anche nelle piccole come le autocarrozzerie e le imprese di pulizia, le tutele sono quasi del tutto assenti.
Occorre, pertanto, procedere non solo sul piano più generale con adeguate analisi, ma per ciascun settore ed ambito lavorativo chiamando ad intervenire chi per ruolo e mandato non solo è tenuto a conoscere, ma a rappresentare nel concreto i temi e i problemi di ciascun settore e popolazione lavorativa.
16 maggio 2007
TO
Caffè
Democratico

Editoriale