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Se due partiti come i Democratici di Sinistra e la Margherita decidono dimettersi in discussione e di dar vita ad una
fase costituente, utile alla nascita di un nuovo soggetto politico, questo
avviene, tra l’altro, per raggiungere l’ambizioso obiettivo di mettere a
disposizione della società uno strumento più adeguato del precedente a dare
risposte qualificate alle nuove sfide che il progresso ci impone.
Se non fosse così avrebbero
ragione coloro che giudicano non conveniente il percorso intrapreso, denso di
rischi e risolutivo di una identità faticosamente consolidata nel percorso di
allontanamento dal partito comunista.
Io sono convinto, invece, che
del partito democratico ci sia veramente bisogno e che questo bisogno è
percepito dall’opinione pubblica molto di più di quanto sia oggi patrimonio
dell’elaborazione politica. Questa consapevolezza diffusa è animata da una
impellente necessità di mettere mano velocemente a quello che comunemente
chiamiamo “sistema Paese” ed avviare così una modernizzazione dell’Italia che
gli permetta di recuperare gli enormi ritardi accumulati negli ultimi anni.
In principal modo si tratta
di colmare quella distanza che separa l’azione delle istituzioni dalla società e ricreare le condizioni affinché si torni a guardare con ottimismo verso il destino economico e democratico del Paese.
In questa ottica, i cinque
anni di governo delle destre in Italia hanno creato danni e ritardi ai quali
si può mettere mano solo se riusciamo ad affiancare all’azione del governo
Prodi una elaborazione che può vedere il partito democratico come il luogo
dove far confluire liberamente le energie migliori presenti nella nostra
società.
Sono convinto infatti che uno
dei fattori principali della crisi di credibilità che attanaglia il Paese è
legato al progressivo indebolirsi del ruolo dei partiti nel determinare le
condizioni democratiche sulle quali poi poter costruire le opzioni strategiche
per le scelte dei governi. Abdicare a questo ruolo ha significato escludere
dal processo di formazione delle decisioni coloro che dei governi non fanno
parte e permettere che il luogo del coinvolgimento della gente al dibattito
politico sia unicamente quello unilaterale della stampa e della televisione.
La progressiva rarefazione
dei luoghi della partecipazione ha prodotto sicuramente una cristi di
rappresentanza, i cui effetti sono stati sufficientemente indagati, ma anche –
e qui l’analisi è ancora agli esordi – una profonda inadeguatezza dei processi
di formazione e selezione delle classi dirigenti, nel campo della politica, ma
anche imprenditoriale, amministrativa, culturale.
Con la crisi dei nostri
vivai, dopo il venir meno delle palestre formative tradizionali: le scuole di
partito, le associazioni cattoliche, quelle di rappresentanza degli interessi,
la pubblica amministrazione e la paralisi delle università, oggi la selezione
dei nuovi ingressi ai vertici è spesso delegata a gruppi e affiliazioni che
chiedono fedeltà prima che competenza, prestigio ereditato piuttosto che
merito e talento. Il risultato è, come scrive Carlo Carboni nel suo studio
Elite e classi dirigenti in Italia, che “per entrare nella stanza dei
bottoni si usano ingressi laterali, che prescindono dal tradizionale cursus
honorum”.
E allora non ci si deve
stupire se la percezione che la popolazione ha della sua classe dirigente, che
in Italia coincide drammaticamente con le élite, è di una classe mediocre e
inadeguata.
Il problema non è certamente
solo italiano, ma qui più che altrove tra i paesi sviluppati, chi è alla guida
del paese, i suoi vertici politici, imprenditoriali, culturali, viene
giudicato inadeguato a gestire le sfide del mercato e della democrazia che ci
stanno di fronte. Centronordista, maschile, invecchiata, con vistosi problemi
di ricambio, poco meritevole, forte in consenso e debole in competenza: ecco
come appare al popolo la nostra élite dalle più recenti indagini.
Il ritardo di cui soffriamo
poggia su basi analitiche e bastano alcuni esempi: se nel 1998 le nostre élite
presentavano una maggioranza di cinquantenni, nel 2004 sono i sessantenni ad
esserlo, e quel po’ di ricambio avvenuto non è stato sufficiente a contrastare
un fenomeno che vede soprattutto tra i network apicali della cultura, dei
media e dell’università, consolidarsi vere e proprie caste di privilegio,
fondate sul monopolio di intermediazione delle relazioni.
Tra i circa 5500 individui
che compongono l’élite italiana quasi nove su dieci sono uomini e questo
fattore colloca l’Italia all’ultimo posto in molte classifiche europee per
quanto riguarda la presenza femminile in posizioni di vertice nelle
istituzioni politiche e all’interno del mondo economico. A livello mondiale
arriviamo dopo il Costarica e Mozambico.
Ma cosa abbiamo fatto per
meritare tutto questo?
E soprattutto cosa può fare
una nuova formazione politica per arrestare un declino così pericoloso per le
sorti del paese?
E’ evidente che l’esperienza
Berlusconi ha contribuito in maniera determinante a deteriorare le relazioni
democratiche, producendo un drammatico esempio emulativo: laddove non esistono
istituzioni in grado di punire le responsabilità di una classe dirigente
autoreferenziale e truffaldina, la società si adatta con comportamenti
semi-illegali. Quando al vertice prevalgono i vizi dei furbi, tra le persone
comuni c’è la ricerca delle scorciatoie per facilitarsi la vita e soddisfare i
propri interessi.
A conferma di questa tesi
molto interessante è quanto sta avvenendo sul terreno del gettito fiscale: con
l’uscita di scena di chi, oltre a farne uso, dichiarava una certa
giustificazione della pratica della evasione, i cittadini sono tornati a
pagare le loro tasse.
E allora dobbiamo lavorare
urgentemente per ricreare un sano spirito civico tra la gente a fronte però di
un rinnovato senso di responsabilità dei vertici delle istituzioni.
E se non lo facciamo noi, e
velocemente, c’è il rischio di raggiungere il punto di un non ritorno.
Il partito democratico deve
avere allora tra le sue priorità proprio questa ambizione: ricreare un saldo
legame tra la società e le istituzioni, in grado di garantire al nostro paese
quel progresso civico e sociale, dove una classe dirigente rinnovata, dotata
di senso morale e legale, di competenze e visione strategica e innovativa,
generi una forte ripresa di fiducia e senso di appartenenza nella società.
Un partito diffuso e capillare, in grado però di imporre una
decisa inversione di tendenza anche rispetto a quei meccanismi che hanno
portato le attuali formazioni politiche ad essere inadeguate a rappresentare
le pulsioni di una società in continua trasformazione.
Mi sembra evidente infatti
che una quota di responsabilità nei confronti della deriva fin qui citata è
anche ascrivibile ai limiti della nostra azione, a come per esempio abbiamo
confermato questa tendenza all’autoreferenzialità permettendo che anche la
vita democratica e la selezione degli incarichi di responsabilità all’interno
del partito riproducessero quei meccanismi di cooptazione che hanno dilagato
altrove.
Un partito diffuso e
capillare, realmente democratico tornerebbe ad essere quel luogo nel quale
misurare le scelte che si compiono per trasformare le nostre città.
A garantire, anche a chi
lavora nelle istituzioni, una sede autonoma di discussione che consenta una
elaborazione libera dai vincoli di alleanza, autorevole e rappresentativa
realmente degli interessi sani della città.
Un partito a Roma che
accompagni e sostenga lo straordinario sforzo che la nostra Amministrazione
sta compiendo per modernizzare la città.
E’ questa la sfida che
abbiamo di fronte, appassionante e di alto profilo, sta a noi affrontarla
mettendo in campo tutta l’intelligenza e la passione di cui siamo capaci, ma
anche il coraggio di rielaborare le nostre certezze per costruire un progetto
politico per il paese ancorato saldamente ai valori di cui siamo portatori, ma
con tutti quelli fuori di noi che hanno lo stesso nostro coraggio, la nostra
stessa ansia di futuro.
Gianni Paris
Presidente del XV Municipio di Roma e promotore dei Democratici Arvalia |