Italia:
patria dell’eleganza, ma non in tutto.
Dallo stil novo ad un nuovo stile, anzi ad un po’ di stile.
Svolgendo attività politica e vedendo la tv, come qualsiasi altro cittadino, alcuni quesiti mi sono venuti spontanei, anzi si sono imposti.
Qual’è l’immagine che la politica comunica di sé?
Aggressiva, spesso arrogante, volgare. Raramente propositiva, sempre in contraddittorio con l’avversario o meglio il nemico. Un nemico da offendere, intellettualmente, personalmente, senza inibizioni, senza pudori, senza buon gusto. La comunicazione non si fonda sulla diffusione di contenuti, sulla promozione di idee, sull’illustrazione di analisi e soluzioni, ma sul contraddittorio. Sulla negazione dell’altro, non perché diverso o portatore di idee, bisogni interessi opposti -già sarebbe un motivo- ma semplicemente perché è l’altro.
Qual'è la storia della cultura, della comunicazione italiana?
Eleganza, classe. Lo stile ammirato ed imitato in tutto il mondo ed in tutte le epoche. Manifestato, comunicato, in tutte le espressioni e nei secoli. Dall’architettura alla letteratura, dalla poesia alle azioni degli eroi, dei gentiluomini e gentildonne di ieri e di oggi.
Noi, popolo
italiano, siamo cresciuti leggendo il Manzoni, abbiamo a mente i versi di Dante,
insegniamo ai nostri figli a non dire parolacce, a rispettare gli anziani ed i
vicini di casa, a rispettare le donne, amiamo definirci civili. Un’Italia che di
duelli ne ha visti molti, ma per lo più ricordati come battaglie di intelletti,
guerre di ragioni, tra divisioni, conquiste e bisogni di unità, tutte
memorabili.
E allora perché la moda, stavolta tutt’altro che “alta”, di offrire al cittadino italiano, figlio di una cultura di universale pregio, un palcoscenico quotidiano di azioni e parole che sono tutt’altro che memorabili se non per il buon gusto offeso.
Scazzottamenti, ingiurie, turpiloqui. Basta grazie.
Qual'è la nostra proposta? Cosa vorremmo, cosa ci aspettiamo, cosa anzi pretendiamo da un partito nuovo e da una nuova classe dirigente?
Se quello che dovrebbe essere innato e saggio applicare in questi tempi è stato tragicamente dimenticato, occorrerà supplire con delle regole.
Allora pensiamo anche ad un sistema di autoregolamentazione.
Un bel codice deontologico del politico… perché non scriverlo e poi applicarlo davvero. Potrebbe sembrare all’inizio, per i praticanti politici educati, un volgere l’altra guancia all’avversario, ma quanta eleganza quanto forza e quanta rispettabilità ci può essere anche in un tal gesto. E quanto si può dire e fare di apprezzabile, importante e forte senza necessariamente adottare le modalità oggi purtroppo consuete? Il deputato che nell’aula del nostro Parlamento urla, utilizza termini non consoni a quelli che il cittadino italiano merita, dovrebbe essere costretto a dimettersi e lasciar spazio ad un più educato collega. Pensiamo soltanto alle scene inqualificabili di fischi, agli schiamazzi, alle risse che troppo spesso costringono il Presidente ad intervenire richiamando il branco fuori controllo. Il politico che dichiara pubblicamente che un suo collega opera indegnamente dovrebbe contestualmente e degnamente citare fonti e dati che lo dimostrino; diversamente dovrebbe essere sospeso per infamia (non a seguito di una denuncia di diffamazione del colpito), ma direttamente dal suo partito.
Certo, basta osservare le riprese televisive; tali atteggiamenti discutibili ed indesiderabili sono da attribuire in larga misura più ad altri schieramenti che al nostro, ma questo non deve fornire un alibi, anzi dovrebbe essere un motivo in più per spingerci a differenziarci.
Quanto sarebbe bello poter assistere davanti alla tv ad una seduta della Camera o del Senato italiano, con i propri figli, ascoltare proposte, tesi, emendamenti illustrati non con le modalità note, ma con l’intenzione e la capacità di far comprendere ai propri colleghi ed agli ascoltatori vantaggi e svantaggi, rendendo tutti partecipi del futuro della nostra bella nazione.
E poi nel dubbio ricordiamo De Gasperi, Togliatti, la Jotti e tanti altri di tutti i credi politici…
16 maggio 2007
TO
Caffè
Democratico

Editoriale