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Cos'è e come funziona?Daniela Gentili Presidente dei Democratici Arvalia e Direttore editoriale di Caffè Democratico

Daniela Gentili
direttore editoriale e presidente dei Democratici Arvalia

Il Caffè Democraticoè un giornale stampato e on-line dedicato a chi vuole leggere di politica vissuta, sentita, commentata da chi opera "in prima linea" , confrontandosi con i problemi della quotidianità, con le speranze dei giovani, con le amarezze dei cittadini, con i bisogni che la società esprime....prosegue

Daniela Gentili Presidente dei Democratici Arvalia e Direttore editoriale di Caffè DemocraticoDaniela Gentili
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Per guardare con ottimismo verso il destino economico e democratico.

Se due partiti come i Democratici di Sinistra e la Margherita decidono dimettersi in discussione e di dar vita ad una fase costituente, utile alla nascita di un nuovo soggetto politico, questo avviene, tra l’altro, per raggiungere l’ambizioso obiettivo di mettere a disposizione della società uno strumento più adeguato del precedente a dare risposte qualificate alle nuove sfide che il progresso ci impone....prosegue

 

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DICO: chi ha ragione?

di Corrado Belmonte

In questi giorni si assiste ad un confronto aspro su una delle leggi più controverse in materia del diritto di famiglia: i dico, perché, se introdotti, cambierebbero il diritto vigente in materia.

In pochi sono tecnicamente in grado di valutare la legge sulle convivenze civili. Il difficile sta nel comprendere le conseguenze di questa legge.

Che il legislatore italiano sia chiamato ad intervenire in merito è sicuro, vista la portata della legge ed il fatto che l’esistenza di un vuoto normativo in merito, è riconosciuta da ambedue gli schieramenti laici e cattolici.

Mentre la sinistra democratica preme per il pieno riconoscimento dei Dico e spinge per la piena omologazione fra coppie di fatto e matrimonio, la chiesa cattolica, in modo inequivocabile, manifesta la propria assoluta contrarietà.

I favorevoli alla legge sostengono la necessità di intervenire riconoscendo pienamente le coppie di fatto, dando loro propri diritti, indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla religione.

Una posizione aperta, ma che viene definita restrittiva perché si vorrebbe -il prima possibile- il pieno riconoscimento dei matrimoni fra omosessuali e dunque la piena equiparazione fra coppie eterosessuali ed omosessuali.

Poiché il riconoscimento in questione deve avvenire per atto pubblico, di fatto i dico sostituiscono l’istituto giuridico del matrimonio mandando su tutte le furie la chiesa cattolica e non solo.

Considerando questo aspetto legale, una possibile soluzione potrebbe essere la trasformazione dei Dico in una sorta di “contratti di convivenza civile” autonomamente disposti dalle parti con la possibilità di attribuire diritti e doveri al proprio convivente, inclusi eredità e, ove ne sussisterebbero i presupposti, pensioni, ma che avrebbero origine dal diritto privato: dalla piena autonomia e libertà delle parti contraenti.

I critici sostengono che sarebbe un passo indietro rispetto a quanto proposto dai Dico, ma si sottovaluta un aspetto fondamentale: il lato pubblico. Nel momento in cui oggi due giovani decidono di sposarsi vanno incontro ad una serie di ostacoli burocratici e fiscali che non sono indifferenti. Ed è lo stato a dover riconoscere il matrimonio. Invece, come avviene nei paesi anglosassoni, è proprio l’autonomia delle parti a decidere l’applicazione del matrimonio che può essere riconosciuto o meno, secondo quanto disposto dalle singole persone, non secondo quanto disposto dallo stato. Il diritto quindi nasce dalla volontà dell’uomo, non dal parere tecnico dello stato. In un sistema statale come quello italiano, che non ha nulla di umano, liberale e socialista, far passare il principio dell’autonomia delle parti in materia del diritto di famiglia sarebbe un bel colpo perché si otterrebbe, per la prima volta, la più ampia tutela della persona in quanto sarebbe questa a scegliere e non lo stato ad offrire una possibilità, che non dovrebbe nemmeno essere chiesta perché dovuta.  Passare ad uno stato fondato sulla persona piuttosto che sui decreti ministeriali dovrebbe costituire un obiettivo fondamentale del nuovo partito democratico. In questo modo inoltre, solo la forma degli atti sarebbe pubblica, ma il contratto di convivenza civile avrebbe valore di legge fra le parti e non sarebbe causa di discriminazione alcuna. Inoltre, questa forma giuridica potrebbe garantire la più ampia tutela della donna: come madre, come moglie di un uomo che non se ne può andare più su due piedi, come lavoratrice della casa, con tanto di diritti, pensione e salario minimo, come lavoratrice fuori dalle mura domestiche, ma soprattutto: come persona che non deve più chiedere niente a nessuno. Il contratto avendo valore di legge, pone ognuno di fronte all’assunzione delle proprie responsabilità.

18  maggio 2007

 

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