Vespa
anni '70
Per chi, come me, è nato a
Trastevere, andare al Portuense era più meno fare una gita “fuori porta”.
Racchiuso tra il Tevere e la Circonvallazione Gianicolense, ci si accedeva
attraverso il misterioso sottovia di Piazzale della Radio che per noi, ragazzi
trasteverini degli anni settanta, rappresentavano una sorta di Colonne d’
Ercole, oltrepassate le quali si perdevano le coordinate abituali.
Eppure eravamo attirati da quel quartiere dove avevano traslocato di recente i
compagni di scuola più “svegli” e le compagne, generalmente, più carine.
Partivamo in motorino, sempre in due s’intende, armati di una pagina dello
stradario strappata in qualche bar e in qualche cabina telefonica, quando ancora
esistevano, e dopo averla girata e rigirata studiavamo attentamente gli incroci:
“Gira dalla Portuense a sinistra su Via Pietro Venturi, prima no perché finisci
alla Buca, fai il discesone, attraversa Piazza S. Slvia, continua la discesa e
gira seconda a destra. Chiedi a qualcuno perché a qual punto ti sei perso di
sicuro, dove sta Via Enrico di S. Martino Valperga”.
“Enrico de S. Martino de che?”
Questo è un frammento autentico di una conversazione, prologo di un incontro
pomeridiano, tra me e il mio compagno di banco della medie Gaetano, che tra i
primi si era trasferito dal centro storico, dalle parti di Via Giulia dove
studiavamo, a Villa Bonelli. Al mattino ci davamo appuntamento ad una fermata a
Trastevere, dove lui scendeva dal “caimano barrato”, il mitico 96 crociato a tre
marce più la ridotta e insieme prendevamo il 28, oggi moltiplicato per 100,
rigorosamente prima delle otto per usufruire del biglietto a venticinque lire.
Nell’antichità i biglietti dell’autobus erano di color grigio invece che
arancione. Chiacchierando di tutto e di niente il percorso ci sembrava più
breve.
Ma i miei approcci col Portuense cominciano in verità ancora prima. Mia madre,
per aiutare mia nonna già allora ultrasettantenne, reclutava lì, convinta della
loro onestà e della bravura, attraverso un passaparola quasi segreto, quelle che
oggi chiameremmo COLF. Perlopiù di origine calabrese, abitavano per la maggior
parte dalle parti di Via Monte delle Capre, che allora era costituito in massima
parte da case basse, costruite a forza di braccia in proprio, sfruttando le
domeniche e la numerosità dei gruppi familiari. Di due di loro ho un ricordo
particolarmente vivo, Concetta, che mi regalò, al termine di uno scatenato
pomeriggio trascorso giocando in un prato in mezzo a grilli saltellanti, uno
scudo da gladiatore romano realizzato apposta per me dal marito falegname e
Maria, che invece mi prestò, senza mai più richiedermelo, il libro: “Missili in
Giardino” di Max Shulman, che fu, insieme a “Inventario della memoria” di
Michele Prisco, il mio libro preferito di quegli anni.
Oggi, rispetto a quegli anni, il Portuense ha cambiato pelle nelle sue parti più
tradizionali ma ha mantenuto inalterato il suo talento di quartiere di
accoglienza. Il Trullo, compreso l’architettonicamente imbarazzante insediamento
di Corviale, ma soprattutto la Magliana e i quartieri adiacenti hanno saputo,
grazie all’impegno quotidiano di chi li abita e chi li ha amministrati in questi
ultimi anni, superare “il sacco” di cui sono stati fatti oggetto all’epoca dei
“palazzinari” divenendo, da “quartieri dormitorio” che erano, esempi di
riqualificazione sostenibile. Nel contempo altri insediamenti abitativi
“spontanei” sono sorti ai margini dell’ area del XV Municipi, uno per tutti “La
piana del sole”, che sono diventati avamposti dell’emigrazione, proveniente da
altre periferie del mondo, in particolare dall’Est.
Per rendersi conto di questo è sufficiente transitare al mattino presto davanti
agli “smorzi” del quartiere per poter osservare queste umanità rattoppata
conversare tra loro in lingue sconosciute o sedere fissando muti punti
invisibili. Questo in attesa dell’arrivo del solito “caporale” che offra loro la
possibilità di spaccarsi la schiena per pochi euro e “in nero”, senza la più
elementare delle garanzie, quelle stesse garanzie che noi diamo per scontate.
Eppure è proprio quel “caporale” che consente loro di racimolare quanto è
necessario per poter apparecchiare la tavola alla sera, e poterci poggiare un
piatto di pasta e tracannare un quantitativo industriale di birra dell’hard
discount.
Ma il Portuense non è solo questo. Immaginatelo come una di quella ragazze che
rifuggono i jeans ”al pelo” o le minigonne ascellari. Fateci amicizia e vedrete
che, dopo un po’ di tempo, vi prenderà per mano e vi mostrerà una discreta ma
impareggiabile bellezza. Vi ricordate come apparivano le segretarie occhialute
dei film americani degli anni ’50? Prima sembravano delle zitelle inacidite poi
si toglievano gli occhiali, scioglievano i capelli e…. tranquilli, questa volta
Sean Connery non arriverà! Fateci amicizia col Portuense, dicevo, e ritagliatevi
qualche ora per farvi un giro al Vicolo di S. Passera, godetevi i suoi odori e
il suo silenzio. Poi passeggiate in bici lungo l’argine del Tevere facendovi
beffe, insieme ai gabbiani, del traffico a singhiozzo che potrete intravedere
sul Viadotto Eur-Magliana.
Se fa caldo, godetevi una cena sul barcone in mini crociera sul Tevere, perché
anche questo oggi è possibile. Zanzare a parte, non ha proprie niente da
invidiare a “La Ville Lumìeré”…
Se però vi sentite proprio malmessi salite sulla vostra moto, meglio se è un
Vespone alla Nanni Moretti e fatevi accompagnare per mano dalla Portuense fino
al mare. A quel mare senza cabine colorate e musica coatta ma a quello che sa di
salsedine e che vi invita a passeggiare sul molo tra le barche alla fonda e i
pescatori di canna. Vedrete che lo sciabordio delle onde vi restituirà la
posizione eretta e farà in modo di riconciliarvi con voi stessi e col mondo
intorno.
Lasciatevi allora alle spalle il mare e i suoi taumaturgici poteri e tornatevene
verso casa. Ripercorrete la Portuense a ritroso e vedrete che, subito dopo Ponte
Galeria, sarete accolti, se la stagione e la rotazione agraria è dalla vostra,
da un immenso campo di girasoli tanto bello e colorato che vi stupirete di non
scorgere sullo sfondo il tipico mulino a vento che di solito li accompagna.
Ritemprati da una così bella passeggiata riponete il vostro mezzo a motore e la
vostra parte più meditabonda e lanciatevi in una pizza con gli amici. Se invece
preferite gli spettacoli, come non tener conto delle 18 sale del Warner Village
del Parco dei Medici. Se vi sentite “impegnati” probabilmente il Teatro India
avrà in cartellone uno spettacolo che potrà stimolarvi e soddisfare.
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TO
10 aprile 2007
Caffè
Democratico

Editoriale