
di Pino Nazio
Ho assistito alla
presentazione di una delle mozioni che al prossimo congresso dei Ds si batterà
affinché non si costituisca una unica formazione politica con la Margherita.
A Sostenere
le ragioni del “no” alla nascita del Partito Democratico c’era il leader di
quella corrente, il ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi (prima
dell’annuncio di una scissione dai Ds).
Contrari o
dubbiosi alla costruzione del Pd ci sono anche nel partito di Rutelli, e tutti,
a destra e a sinistra dei due partiti, alzano la bandiera dell’identità che
verrebbe snaturata nel nuovo soggetto politico.
Ma la
visione di molti militanti, simpatizzanti e semplici elettori è meno strumentale
ed è rivolta verso la ricerca delle ragioni che unisco più di quelle che
dividono.
C’è un gran
bisogno di aggregazione politica in Italia (e non solo nell’Ulivo), il sistema è
prigioniero di ricatti di piccolissimi partiti, le divisioni che una volta
affondavano in un mondo diviso in blocchi oggi non hanno più ragione di
esistere.
Nei
prossimi interventi su questo giornale proverò a tornare sulla questione
parlando di quanto avviene nella Margherita, ma ora voglio soffermarmi su alcuni
capisaldi del ragionamento di Mussi.
Secondo il
ministro costruire un unico soggetto politico farebbe sparire parole come
“sinistra” e “socialista”, ancora preziose, metterebbe a rischio la tenuta
elettorale dei Ds, aprirebbe la strada alle posizioni più oltranziste, lasciando
spazio alle tesi dei “teodem”.
La risposta
di Mussi sarebbe quella di lasciare distinti i due soggetti.
E a chi gli
obietta che, in fondo, l’incontro di forze che affondano le loro radici in
storie e tradizioni diverse sia già stata una intuizione di Enrico Berlinguer
con il compromesso storico ed era vicina al progetto di Aldo Moro, Mussi
risponde un secco “no!”.
Secondo il
ministro il compromesso storico era un accordo di governo ed aveva la sua forza
nel fatto che assieme i due partiti superavano il 70% dell’elettorato, mentre
oggi i loro eredi non arrivano a raccogliere un terzo dei voti.
Ma non è
forse proprio questa una ragione in più per mettersi assieme? Con la Dc al 38%
dei voti e il Pci al 34% entrambi avrebbero potuto legittimamente aspirare a
guidare il paese con un proprio schieramento.
E poi
l’idea di compromesso storico di Berlinguer era molto di più che un cartello di
governo, era un progetto di profonda trasformazione dell’Italia che sarebbe
potuta avvenire solo con uno straordinario concorso di forze. E l’Italia di oggi
non ha bisogno di un grande progetto per uscire dalla stagnazione, non solo
economica, in cui l’hanno gettata prima gli anni del CAF e poi 5 anni di governo
Berlusconi (preoccupato delle sue aziende e delle sue vicende personali più che
delle sorti del paese).
Se il
percorso della costruzione del Pd dovesse portare a togliere qualche parola
dall’armamentario ideologico del nuovo partito siamo sicuri che non sia il
giusto pedaggio da pagare sulla strada della costruzione di un soggetto molto
più grande e capace di attrarre nuove forze?
Questa
resistenza al cambiamento ricorda troppo il terribile scontro che attraversò il
Pci al tempo del passaggio al Pds, con la riduzione della falce e martello in
piccolo ai piedi della Quercia.
Ma chi può
sostenere che il partito di Fassino, D’Alema e Veltroni sarebbe stato più forte
se si fosse ancora chiamato Pci.
Mussi nella
sua ricostruzione omette di citare l’unico dato di rilievo e inconfutabile dal
punto di vista elettorale: se Ds e Margherita invece di presentarsi divisi al
Senato si fossero presentati sotto l’unico simbolo dell’Ulivo -com’è avvenuto
alla Camera- oggi il governo Prodi non sarebbe appeso al filo della volontà di
un senatore, dichiaratamente trozkista.
E anche la
sua poltrona di ministro dell’Università e della Ricerca traballerebbe un po’
meno.
P.S. Il 30 marzo, dopo una deludente raccolta di consensi (la mozione si è fermata attorno al 15% dei degli iscritti Ds nei congressi delle sezioni) Mussi annunciato che se ne andrà dal partito. Lavorerà a una nuova formazione della sinistra con Rifondazione comunista di cui dovrebbe –questo sembra assodato- diventare segretario. Come dargli torto? In fondo, nel partito di Fassino, D’Alema e Veltroni, che spazio avrebbe avuto? Meglio spaccare il partito e avere di diritto uno spazio nel pastone politico dei Tg.
TO
10 aprile 2007
Caffè
Democratico

Editoriale