Il Protocollo di
Kyoto: soluzioni per un pianeta ammalato
I cambiamenti climatici in corso sul nostro pianeta sono
evidenti (è sufficiente avere memoria del vestiario che eravamo soliti
utilizzare nell’autunno-inverno degli anni Novanta fa per poterli valutare).
Un' evidenza così sfacciata da aver pesantemente
sbilanciato il dibattito scientifico internazionale sull’effetto serra.
Appena una decina di anni fa era possibile trovare numerosi
esperti pronti ad esprimere dubbi sul reale peso dei cambiamenti climatici in
corso.
Ora le cose sono talmente cambiate che quando si organizzano
talk show sull’ambiente, e si ha la necessità di garantire la par condicio anche
a quelle poche voci dissidenti (molte delle quali prezzolate), i conduttori si
trovano spesso a chiamare uno scienziato di secondo ruolo, oppure semplicemente
uno impresentabile (clamoroso uno degli ultimi casi, quando il difensore di
turno del sistema petrolio ha definito testualmente il movimento Ecologista
come “un male del secolo alla pari del nazismo” ).
Il protocollo di Kyoto, cioè la riduzione delle emissioni di
gas serra a livelli inferiori a quelli registrati nel 1990 (per l’Italia si
tratta di un taglio del 16-17% delle emissioni prodotte nel 2005) , può
risolvere il problema? La risposta non è scontata.
Congelare le emissioni mondiali di gas serra non risolve il problema, ma ci dà
tempo, rallenta “la malattia”, cioè il fenomeno dei mutamenti climatici legato
all’effetto serra, in attesa della definitiva soluzione. Soluzione che può
avvenire in due modi.
Il primo, il più ottimista, è la fusione nucleare: una energia pulita,
praticamente gratuita, basata sulla fusione degli atomi di idrogeno (presenti ovunque in
natura) e la liberazione della loro energia. Una soluzione che risolverebbe gran
parte dei nostri problemi energetici, e che abbatterebbe radicalmente le
emissioni inquinanti Ma in tal senso la ricerca ha ancora bisogno di almeno
30-40 anni.
Il secondo è semplice: sempre fra trenta anni il petrolio non sarà più
sufficiente, ce ne sarà ancora ma sarà scarso ed a prezzi talmente elevati da
causare una vera e propria crisi energetica globale. Ed in tal senso avremo poco
da inquinare perché avremmo poco da bruciare (ho trascurato le ipotesi di
catastrofi naturali, non tanto perché esse siano irrealizzabili, ma perché ho
fiducia nell’attuazione del protocollo di Kyoto e nel fatto che esso ci
garantisca dagli scenari peggiori).
Pertanto il vero punto nodale è come comportarsi nei prossimi trenta anni. Il
protocollo di Kyoto in tal senso può essere il nostro “grillo parlante”, quella
vocina, magari qualche volta scomoda, ma che ci dice dove è giusto andare.
Continuare a bruciare petrolio e carbone senza ritegno non ha senso, né
scientifico, né economico, né politico, la storia attuale ne è un segnale. La
strada da percorrere ha un nome preciso: diversificazione , rivolgersi a fonti
energetiche alternative, alla energia solare, all’energia eolica, alla grande
varietà di biomasse, a forme intelligenti di risparmio energetico.
In questo modo il protocollo di Kyoto potrà essere
rispettato ed il pianeta, e soprattutto i suoi abitanti più numerosi e più
inquinanti, potrà guadagnarsi il tempo necessario.
I paesi che hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto a giugno 2005

10 aprile 2007
TO
Caffè
Democratico

Editoriale