Le radici antiche della libertà
Massimo D'Alema fu il primo a capire che ci voleva qualcosa di nuovo
Nel 1995, dopo la caduta del governo Berlusconi, il Partito dei Democratici di Sinistra appoggiò il governo tecnico di Lamberto Dini. Fu in quel momento che gli eredi del PCI divennero forza di governo. E lo fecero mantenendo saldo il principio della difesa delle Istituzioni attraverso l’attuazione delle riforme. Stava in questo il senso di una scelta che si rivelò decisiva nella storia d’Italia. Massimo D’Alema fu il primo a capire che ci voleva qualcosa di nuovo per battere le destre, ma la sconfitta di Occhetto era il segnale che il paese non era pronto per una leadership di una sinistra post comunista. L’uomo giusto, D’Alema, lo individuò in Romano Prodi. Già allievo di Nino Andreatta e Sylos Labini, già Presidente dell’IRI. Prodi era espressione di quella parte cattolica più avanzata, di quel mondo dell’associazionismo da sempre estraneo alle logiche del PCI. Per di più Prodi, da tempo, meditava la creazione di un soggetto politico capace di rappresentare la parte più progressista del paese. A Roma, si era verificata la vittoria di Rutelli su Fini. A Roma il PDS e i Popolari governavano insieme con un sindaco di estrazione radicale.
La situazione ideale per proporre a Prodi il timone di una nuova aggregazione politica. Prodi accettò e nacque l’Ulivo: l’Alleanza per il Governo dell’Italia. E Prodi vinse le elezioni: 46% L’Ulivo e 44% il Polo delle Libertà. E c’era un’urgente sfida da vincere: entrare da subito nell’Unione Europea, rispettando gli impegni presi con il trattato di Maastricht nel 1992 da Andreotti.
Contro ogni previsione Prodi portò il paese a pieno titolo nell’U.E., mantenne fede agli impegni presi e creò le condizioni perché l’economia italiana potesse crescere fino al 3% nel 2000.
Centrato l’obiettivo dell’euro e dell’U.E., D’Alema lo propose come primo Presidente della Commissione dell’Unione Europea della quale, per cinque anni, Prodi costruì procedure e istituzioni.
Il Governo D’Alema che seguì quello Prodi, vide la nascita dell’Asinello, di Rinnovamento italiano e di un centro che si alleava con la sinistra. Ma questo schema non funzionò, il centro sinistra perse le elezioni regionali e Massimo si dimise. Furono Amato e Rutelli a ricomporre il quadro, con Rutelli che fondò la Margherita e gettò le basi per la ricostituzione dell’Ulivo. Alle elezioni del 2001, l’Ulivo per Rutelli prese l’1% di scarto da Berlusconi che vinse solo grazie alle divisioni del Centrosinistra. Seguirono momenti di sbandamento, ma si capì che l’unica strada continuava ad essere quella dell’Ulivo. Le ultime elezioni, con la vittoria di Prodi, hanno dimostrato che l’Ulivo da solo non basta. Discutibile anche la decisione di schierare i singoli partiti al Senato. Gli italiani vogliono uno stato semplice, forte e chiaro. Un sistema di governo affidabile. Una nazione governabile. La sensazione è che l’Ulivo non ce la possa fare. E neanche l’Unione, lo schieramento nuovo del centrosinistra, come dimostra la situazione del Senato. Ci vuole il Partito Democratico da contrapporre all’Alleanza della Libertà per Fini e Berlusconi. Gli inglesi hanno scritto: “L’Italia si tiene sulla punta di uno spillo”. Facciamogli capire quant’è pungente. La vera eredità di Prodi sta nell’avere creato le premesse per realizzare l’incubo storico degli inglesi: la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa”. E’ questa la strada che porta al domani. La stessa strada che Napoleone aveva già prospettato all’Europa nel 1805 e che gli inglesi fecero di tutto per distruggere
| GLOSSARIO |
|
Politica |
|
Democrazia |
TO
10 aprile 2007
Caffè
Democratico

Editoriale